L’università pubblica ha il cappio al collo, il nodo lo hanno fatto le Larghe intese
bari

I governi si susseguono e il processo di smantellamento del sistema universitario statale prosegue inesorabile. Il governo Letta si è insediato con la promessa di dimissioni da parte del premier in caso di ulteriori tagli all’università e alla ricerca e adesso il Ministro Carrozza pontifica un’inversione di rotta rispetto all’operato dei precedenti governi Berlusconi e Monti.
Spudorata propaganda. Il DM 713/13 (Punti organico) e la Legge di Stabilità ci raccontano infatti tutta un’altra storia. Il Ministro Carrozza ha più volte parlato dell’importanza del turn-over per gli atenei, il cui blocco compromette pesantemente ogni possibilità di sviluppo e progressione in termini di qualità della didattica e della ricerca. Con il “decreto del Fare” ha esordito con l’attenuazione di tale blocco dal 20% al 50% per il 2014 e continua a rivendicare il cambio di rotta, sulla base di questo intervento; tuttavia, la Legge di Stabilità prevede il raggiungimento del 100% del turn-over solamente nel 2018, più tardi di quanto avesse già previsto la Spending Review del governo precedente. Quindi niente nuove risorse e turn-over bloccato per anni per poi fissarlo al 100% quando l’organico universitario sarà enormemente depauperato, riuscendo a fare peggio di Monti – cosa senza dubbio impegnativa da concepire. Ci chiediamo, in maniera retorica, se invertire la rotta significhi disinvestire ancor più dei precedenti timonieri.
Il DM 713/13 (c.d. DM Punti organico) è poi l’ennesimo capolavoro. Si costruisce una classifica degli atenei virtuosi sulla base di indicatori economico-finanziari che, tra l’altro, premiano in particolar modo gli atenei che prelevano più soldi dagli studenti, e poi si distribuiscono le misere risorse (blocco del turn-over nazionale al 20%) in maniera tale da portare alcuni atenei (es. Scuola Sant’Anna di Pisa) ad un turn-over del 200% ed altri (es. molti atenei del sud, che né godono di ingenti finanziamenti esterni né hanno tasse particolarmente elevate) a meno del 10%. Il rischio è quello di portare alla dequalificazione della didattica e della ricerca e alla chiusura di interi corsi di studio. L’obiettivo è chiaro: la riduzione drastica degli atenei, l’espulsione in massa di studenti dai percorsi formativi, l’abolizione del valore legale del titolo di studio a seguito delle forti disparità tra gli atenei (create sistematicamente), il rendere gli atenei sempre meno dipendenti dal finanziamento statale (come detto, indicatore di merito).
In tutto questo, se ci si chiede cosa possa fare un ateneo penalizzato dal decreto per provare ad essere considerato virtuoso ed ottenere più risorse, la risposta è semplice: aumento della contribuzione studentesca, la quale aveva un limite (20% rispetto al FFO) che il governo Monti ha praticamente annullato e sul quale questo governo non ha dato alcuna risposta. Ci chiediamo se invertire la rotta significhi forzare ed accentuare le disparità tra gli atenei e costringerli sempre più a gravare sulle spalle degli studenti.
Il Ministro Carrozza, intanto, sottolinea come questo sia il decreto “del merito”. Si continua a parlare di merito senza considerare le condizioni di partenza, i meccanismi di esclusione dall’istruzione universitaria. Ad esempio, nulla si sa di cosa intenda fare il Ministro del decreto AVA di Profumo, che in pratica porterà gli atenei a distruggere l’università di massa con le proprie mani. Ma se, dopotutto, ha utilizzato gli stessi criteri di ripartizione delle risorse per assunzione di docenti redatti da Profumo – addirittura peggio, esasperando un merito finto – quando non si era in alcun modo obbligati a farlo, possiamo immaginare che risposte non se ne avranno. Ci chiediamo se invertire la rotta significhi continuare a parlare di merito in questi termini.
Nel frattempo la situazione della comunità accademica è drammatica: nel singolo ateneo la precarizzazione della ricerca e la minaccia sempre più reale dell’aumento delle tasse studentesche costringe ad una guerra tra poveri; a livello nazionale gli atenei devono contendersi risorse sempre minori e sempre più attribuite in base a indicatori di merito che poco hanno a che fare con la realtà e con un formazione di massa e di qualità e con una ricerca libera e pubblica.
Non si può attendere oltre, è necessario che gli atenei unifichino le proteste su tutti i piani, con una mobilitazione non corporativa che coinvolga tutte le componenti accademiche e che promuova con forza un cambiamento di rotta reale, che ci allontani dalla meta di chi persegue lo smantellamento dell’università pubblica. In quest’ottica sosteniamo la protesta promossa dagli appelli degli studenti, dei ricercatori e del personale docente contro il DM Punti Organico, fondamentali per la sospensione della didattica in tanti atenei del Mezzogiorno. Auspichiamo che un percorso collettivo e trasversale alle varie componenti possa essere messo in campo anche nel nostro ateneo, come abbiamo già ampiamente sostenuto nell’assemblea pubblica dell’intersindacale del 21 novembre scorso.

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