Quello che le donne vogliono? Dignità per contrastare il sessismo!
libroSabato 5 e domenica 6 aprile alla Stazione Leopolda si tiene un’iniziativa di tipo commerciale, denominata “Bellezza, salute e benessere: quello che le donne vogliono”, patrocinata da Comune e Provincia che promuove un’immagine superficiale e stereotipata della donna, caricata di pregiudizi sessisti. 
Come Sinistra per… riteniamo che “Quello che le donne vogliono” sia anzitutto non essere schiacciate tutte in una stessa categoria stereotipata, giusto poiché – agli occhi di chi forgia stereotipi – sono sufficientemente accomunate dall’avere una vagina.
Chi dovrebbe volere imposizioni su chi essere e cosa fare, come vivere, e questa o quella categoria cucita addosso? Chi dovrebbe volere un’identità confezionata da rigidi schemi culturali, con i suoi canoni di costruzione del genere e di comportamento affettivo e sessuale, con un ruolo sociale predeterminato, fissamente associata a un dato casuale come il sesso biologico di nascita?
Quello che vogliamo è libertà nella costruzione del genere, che sia donna o uomo o qualunque cosa preferiamo. Quello che non vogliamo sono lezioni di vita o patenti di lotta su cosa preferire, cosa scegliere, cosa rivendicare – indipendentemente dal nostro genere. 
Quello che non vogliamo è che le istituzioni diano il suggello politico ad una manifestazione commerciale che può interessare alcune persone, donne e non, ma non può essere avallata come punto d’arrivo esclusivo per tutte le persone che vogliano essere donne.
E’ grave che il Comune prima e la Provincia poi abbiano riconosciuto il proprio patrocinio a questa iniziativa che confeziona un’immagine banalizzante e ridotta al luogo comune della donna, nascondendo logiche e ragionamenti apertamente sessisti. Il ruolo delle istituzioni pubbliche deve essere, al contrario, quello di contrastare sul nascere ogni forma di sessismo e di garantire reali pari opportunità
Nel chiedere con forza il ritiro del patrocinio degli enti pubblici, pubblichiamo di seguito il comunicato del collettivo Queersquilie e invitiamo tutta la cittadinanza a partecipare al presidio lanciato fuori dalla Stazione Leopolda per ribadire nettamente questo punto di vista. 

“BELLEZZA, SALUTE E BENESSERE: quello che le donne vogliono” è il titolo dell’iniziativa dedicata alla donna e alle sue presunte e discutibili “passioni”, patrocinata dal Comune (?) e dalla Provincia di Pisa, che oggi ripropone ed incoraggia l’immagine superficiale e avvilente di donne attente ed interessate soltanto all’apparenza. 

Per quanto la cura del corpo di per sé non costituisca un problema, lo diventa quando è ossessivamente riproposta da modelli televisivi, riviste e interi eventi come questo, come unica opzione possibile per l’espressione dell’identità femminile.

Parte del problema risiede dunque nel titolo e nel messaggio da questo veicolato. 
E’ proprio nella formula “quello che le donne vogliono” e nella descrizione dell’evento “tre giorni dedicati alla Donna ed alle sue passioni” (tra cui troviamo epilazione, abbronzatura, acconciature, trucco, massaggi, danza, shopping, cucito, ecc) che sussiste la visione di un mondo altamente dicotomizzato e stereotipante.
Questa rappresentazione della donna come oggetto ad uso e consumo del pubblico maschile offre un’immagine riduttiva dell’identità femminile, appiattita su dinamiche stereotipate ed antiche. La cura del corpo e dell’estetica è presentata come unico strumento possibile per realizzarsi in quanto donne; per quanto non ci sia niente di intrinsecamente sbagliato nel prendersi cura di sé sul piano fisico, è giusto che ciò non sia visto come unico percorso praticabile nella coscienza di sé. Non bisogna invece includere quelli che sono percepiti come interessi principalmente ‘femminili’ in uno spettro più ampio che può comprendere altre passioni? Qual è la differenza tra la manicure e il rugby? Perché dovrebbe essere più importante per le donne avere le unghie in ordine rispetto a eccellere in uno sport? 

L’evento si richiama alla volontà e ai desideri dell’universo femminile ma non vi è alcun accenno a temi ben più vicini ed importanti per le donne e la società tutta – diritti sul lavoro, pari opportunità, applicazione della 194, etc – o il benché minimo riferimento a passioni alternative alla decorazione narcisistica di sé o al consumismo.

Definire certe passioni come caratterizzanti dell’essere donna è avvilente non solo per il sesso femminile, ma anche per quello maschile; ricondurre alcune attività ad un genere specifico limita le possibilità di ognun* di costruire la propria identità liberamente. 

Proprio in opposizione a quest’immagine riduttiva e limitante del significato di essere “donna” siamo qui, fuori dalla stazione Leopolda, con striscioni, cartelloni e volantini, per sensibilizzare visitatrici e visitatori a tali tematiche ed offrire spunti di riflessione sugli stereotipi di genere.

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