Nuovi finanziamenti? Solo per pochi

Durante l’approvazione della legge di bilancio per il 2019 abbiamo assistito allo stanziamento di circa 50 milioni di euro per l’apertura della scuola d’eccellenza dipendente dalla Federico II  a Napoli.

La scelta di questo stanziamento proveniva direttamente dal governo nello stesso momento in cui a malapena una cifra di 100 milioni veniva aggiunta al finanziamento generale di ricerca, al Fondo di Finanziamento Ordinario per l’Università e al diritto allo studio, in un momento storico in cui solo per il Fondo di Finanziamento Ordinario sarebbe necessario un ri-finanziamento pari almeno ad un miliardo e mezzo di euro.

I finanziamenti per questa scuola di eccellenza non vanno quindi a costruire poli di eccellenza in un sistema finanziato ed in salute: al contrario, l’obiettivo perseguito è quello di creare delle vere e proprie “cattedrali nel deserto” (come sono state anche chiamate all’interno della lettera aperta degli studenti e delle studentesse dell’assemblea della Normale) nello stesso momento in cui l’università pubblica continua ad essere  depauperata delle proprie risorse.

Il finanziamento non si inscrive nemmeno in un generale piano per il Sud, ma va bensì a creare un’unica “cattedrale”.

Dall’altro lato, le assegnazioni dei Punti Organico – fondamentali per il buon funzionamento delle università – vedono un segno meno per le università del Sud e del Centro, mentre solo il Nord vede un segno più. Si vedono inoltre anche molte discrasie fra gli atenei stessi dato che gli atenei meridionali vedono loro assegnati meno punti anche quando gli indicatori di sostenibilità economico-finanziaria sono a loro favore. Ed anche rispetto ai dipartimenti di eccellenza si è visto uno spostamento di risorse verso il Nord dal Centro, ma soprattutto dal Sud.

 

Secondo quanto previsto dalla legge di bilancio per il 2019, la sede della Normale di Napoli sarebbe stata attivata, ma solo in via sperimentale per tre anni, salvo verificare dopo questo periodo se valesse la pena o meno mantenerla. La ragione vorrebbe che la valutazione della validità o meno della succursale partenopea fosse demandata ai massimi organi di autogoverno del sistema universitario – come il CUN -, uniti alle controparti politiche ed alla SNS nella sua interezza. Nel dispositivo normativo invece si evidenzia che la valutazione o meno del mantenimento di una scuola d’eccellenza dovrebbe essere dalla direzione della scuola in maniera congiunta all’ANVUR.

L’ANVUR, con tutte le sue storture antidemocratiche e con i suoi metodi non trasparenti, sarebbe preposta a valutare l’Università e ricerca italiana, ma in questa situazione si troverebbe affidati nuovi ed inediti poteri, quale la decisione circa l’apertura o il mantenimento di un’università.

 

Di più: lo stesso investimento è privo di una logica di qualunque tipo, essendo assente allo stato attuale nelle linee economiche del paese una strategia di politica economica ed industriale.

La Scuola Normale Superiore ha potuto diventare un ateneo di eccellenza grazie al tessuto territoriale tipico della città ed alla buona salute dell’Università di Pisa, nonostante  le carenze patite nell’ultimo decennio di de-finanziamenti, dove i suoi allievi sostengono la maggior parte dei corsi e delle lezioni.

L’inserimento “a freddo” dell’ennesima scuola in un sistema universitario sempre più in pericolo è uno schiaffo sia all’istruzione generalista quanto alla formazione del Paese, dal momento che così operando si ottiene solamente un nuovo laboratorio per la creazione di un ristretto numero di persone, percepite come l’élite e la classe dirigente del futuro.

Non si tratta dunque di una reale scelta per rivitalizzare il Mezzogiorno, ma una scelta imprevidente per creare un polo che, assorbendo risorse, brillerà, ma sarà ancora una volta una cattedrale nel deserto.

I progetti faraonici che dovrebbero irradiare conoscenza e sviluppo nel territorio dove insistono “a cascata” sono tipici di un’idea neo-liberista sviluppatasi negli anni ‘90 e che, nonostante la sua fallacia, continua ad essere propugnata al giorno d’oggi.

Per fare ripartire l’intero comparto  della conoscenza non servono pochi poli di eccellenza che assorbono in modo energivoro la maggior parte dei finanziamenti lasciando solo le briciole al resto del sistema: serve un finanziamento strutturale dell’Università e della Ricerca in maniera programmatica e al rialzo nel tempo.

L’attuale sistema, lungi dall’aver premiato le eccellenze e sconfitto i clientelismi, ha desertificato il sistema-paese, facendo scomparire interi rami di studio e condannando sempre di più all’emigrazione buona parte del paese.

Se da un alto si è detto che “con la cultura non si mangia”, dall’altro invece si è spinto ad incentivare le lauree di carattere tecnico e scientifico, creando aberrazioni  professionalizzanti ad uso e consumo delle aziende, ristrutturando le università come diplomifici e non come luoghi in cui formare cittadini stimolando prima di tutto la formazione di un pensiero critico.

 

La scelta dei grandi poli di eccellenza è quindi quella di creare un ristretto gruppo di persone che abbiano accesso al sapere, mentre il resto della popolazione dovrebbe ipoteticamente far vivere il paese sul terziario ed in particolare sul turismo, facendo diventare il paese stesso una “colonia” da cui prendere capitale umano da trasferire in quei paesi che invece si sono dotati di una campagna strutturata di crescita e sviluppo totale della popolazione, puntando proprio sulla conoscenza.

 

La scelta di Napoli poi è stata fatta in maniera totalmente opaca ed antidemocratica attraverso accordi fra il Direttore della Scuola Normale Vincenzo Barone, il Rettore della Federico II Gaetano Manfredi ed il governo.

Una scelta di questo genere non può essere presa nelle segrete stanze ma deve essere discussa democraticamente, innanzitutto dagli organi di governo delle istituzioni coinvolte (cosa non avvenuta e motivazione prima della “sfiducia” al Direttore Barone), ma dovrebbe e deve essere una scelta consapevole dell’intero sistema universitario italiano che sceglie se dotarsi o meno di un’altra scuola di eccellenza.

 

Questo nostro editoriale vuole chiarire che le nostre critiche e la nostra contrarietà alla cosiddetta “Normale del Sud” hanno una visione politica diversa rispetto a quella di personaggi della politica locale pisana e nazionale che difendono per “campanilismo” la Scuola Normale solo a Pisa, salvo non avere un’idea reale di formazione universitaria; o anche da certe parti del mondo accademico, che affermano che “investiranno solo su Pisa”, salvo poi aprire corsi di laurea d’eccellenza, anche questi naturalmente escludenti, nella stessa ottica di cui sopra, a Trento.

La notizia di queste ultime ore che il direttore Barone si è dimesso rinunciando ad andare ad una conta in Senato Accademico non deve essere un punto di arresto. Il problema che abbiamo evidenziato va al di là del campanilismo di certi onorevoli o della volontà del Direttore ma é insito nella retorica stessa dell’eccellenza, a qualunque latitudine questa sia.

Sinistra Per…

Link Napoli – Sindacato Universitario