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La società in cui siamo inseriti non fa altro che ripeterci che le cose ce le dobbiamo “meritare“. Il concetto di Merito è ricorrente nella nostra quotidianità, e spesso viene considerato come un presupposto fondamentale: siamo indottз a credere che il merito sia una delle condizioni fondamentali della nostra vita, senza il quale non siamo “degnз” di niente, neppure dei nostri diritti fondamentali, la cui esistenza non dovrebbe essere affatto legata al concetto di “merito”.
L’ideologia del merito…
l’Università italiana è particolarmente impregnata di questo concetto, e i media non fanno altro che consolidare l’idea che il “merito” debba esserne alla base. Pensiamo a quanti esempi ci vengono portati di persone che finiscono il proprio percorso in tempi record o che conseguono nel più breve tempo possibile molti titoli di studio. Si tratta di eccezioni, rarissime, che vengono ostentate come esempi di eccellenza da seguire. Se queste imprese portano ad una “dignità” che non potremo mai raggiungere, rincarano i telegiornali, è perché se la sono meritata.
La “meritocrazia”, però, come concetto è tutto fuorché antico. Il termine è un neologismo coniato degli anni ‘50 per un romanzo distopico: L’avvento della meritocrazia. Il romanzo parla di una distopia in cui il valore di un individuo è direttamente proporzionale alla sua attitudine al lavoro. Nel romanzo viene fortemente criticato il ruolo detenuto dalle figure di potere nella definizione di ciò che è considerabile “attitudine al lavoro” e dunque degno di grado di meritevolezza.
Il “merito” è una concezione profondamente legata al contesto in cui l’individuo è inserito: la famiglia di provenienza, il quartiere in cui cresce, così come gli strumenti economici e culturali che gli vengono messi a disposizione. Ad esempio, una persona con maggiori possibilità economiche non avrà bisogno di lavorare per potersi permettere l’università e i costi da essa derivanti, riuscendo in media a concludere il proprio percorso in tempi più brevi rispetto ad una persona che proviene da una condizione di disagio economico e/o sociale. Questo si chiama classismo.
Inoltre l’ideologia del merito, seguendo la sua logica grottesca, vede la punizione dei nostri “fallimenti” come conseguenza “ovvia”, tacciando come frutto di pigrizia o degli errori della persona che, in questo senso, è “immeritevole” e dunque “merita di essere punita”. La tassazione maggiorata per fuoricorso nasce proprio con questo presupposto: punire chi non è meritevole.
…e le sue manifestazioni
Come comunità studentesca abbiamo dunque il dovere di riconoscere e combattere gli strumenti che l’università mette in campo per “premiare” il merito e “punire” gli immeritevoli in quanto intrinsecamente classisti.
Strumenti quali i numeri chiusi o gli accessi programmati, a cui si accede sulla base di risultati di test di valutazione iniziale, non tengono conto della diversità del contesto di riferimento di chi partecipa al test ponendo, di fatto, un limite di tipo economico.
Al contrario della narrativa diffusa, tuttavia, chi permane maggiormente in università non è “chi se lo può permettere”, ma, all’opposto, chi ha meno possibilità economiche, in quanto deve prolungare la carriera per un tempo maggiore rispetto a quello previsto. Si tratta, anche in questo caso, di una misura indissolubilmente e intrinsecamente classista.
Un’altra grave conseguenza del concetto di merito è la competizione che si instaura fra la componente studentesca e verso l’apprendimento. La competizione tra noi porta a comportamenti escludenti nei confronti delle persone più in difficoltà e ad un individualismo diffuso, dove ognunə guarda per sé e dove viene meno perfino la solidarietà: persone che non condividono appunti o altro materiale e difficoltà ad organizzare momenti di studio condiviso sono purtroppo realtà in alcune aree della nostra Università, come se dovessimo prevalere su chi è insieme a noi in questo percorso, e come se un voto migliore di un’altra persona facesse abbassare il nostro. Tutti questi comportamenti, a guardarli bene, sono infatti sadismo e discriminazione autoconclusivi, sentimenti alla base della “meritocrazia”. La competizione verso l’apprendimento, dettata dal bisogno di finire il percorso il prima possibile, invece, si trasforma in ansia generalizzata e in modi per superare rapidamente gli esami, senza cercare di apprendere i concetti che incontriamo nel nostro percorso. Questo rapporto con l’apprendimento è malsano.
Non siamo solз, è bene ricordarlo, dobbiamo fare il possibile per aiutare chi, fra chi frequenta con noi, vive delle difficoltà: alla folle competizione e all’individualismo è meglio prediligere il mutualismo e la cura.
Occorre smascherare l’ideologia del merito e comprendere come dietro di essa si nasconda il desiderio di mantenere, da parte della classe dominante, i propri privilegi. Dobbiamo dunque cercare di scardinare insieme questo sistema che tanto peso ha sulle nostre vite e sulla nostra salute mentale: dobbiamo farlo imparando a riconoscerlo e poi opponendoci insieme per cercare di sradicarlo.
Ci meritiamo tutto.
