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We have to honestly and aggressively attack the universities in this country. […] The professors are the enemy.
J. D. Vance, National Conservatism Conference 2021
Gli studenti veri sono a casa a studiare, quelli in giro a protestare sono dei centri sociali e fuori corso.
Silvio Berlusconi
La risposta breve è: male.
Da più di due decenni, il sistema universitario italiano è vittima di un costante definanziamento, un trend iniziato ancor prima delle riforme dell’era Gelmini e mai davvero invertito.
Il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) – cioè la quota del bilancio statale con cui il Governo finanzia annualmente le università – è oggi tornato ai livelli dei primi anni 2000, nonostante l’aumento delle immatricolazioni e dell’inflazione. Solo nel 2024 sono stati tagliati oltre 500 milioni di euro rispetto all’anno precedente ma dal Ministero continuano a sostenere che i fondi “sono aumentati”.

L’Università di Pisa, che già da anni faticava a mantenere i conti in ordine, nel 2024 ha visto ridursi il FFO di 16 milioni di euro, e un aumento dei costi legato all’inflazione di almeno 6 milioni di euro.
Questo ha portato a tagli ai servizi per la componente studentesca e per il personale. Questo significa che anche solo rispetto all’anno scorso avremo molte meno opportunità per accrescerci durante questo percorso; ad esempio: meno posti finanziabili per gli scambi internazionali ridotti, all’orario di biblioteche e aule studio ridotto, all’impossibilità di consultare articoli scientifici (ad esempio, per scrivere una tesi) su certe banche dati, il cui abbonamento non è stato rinnovato per risparmiare.
E così via, su praticamente ogni ambito dell’Università. Ci saranno poi meno assunzioni per il corpo docente e ricercatore, con ricadute sulla qualità della nostra formazione; e del personale tecnico e amministrativo, che ci assicura il funzionamento dell’università e dei suoi servizi.
E non è finita. Per compensare i tagli del Governo, UniPi ha anche imposto uno spaventoso aumento della tassazione studentesca: +6 milioni di euro, raccolti dalle nostre tasche.
Per chi poi volesse continuare la carriera universitaria dopo la laurea? La situazione in cui riversano dottorato e ricerca è a dir poco tragica.
La riduzione dei fondi pubblici costringe chi fa ricerca a cercare finanziatori esterni, spesso enti privati: vuoi tenere in piedi un progetto di ricerca ma non hai i soldi? Non ti preoccupare, ci sarà un’azienda ecocida pronta ad offrirti due spiccioli!
Il percorso accademico non è più solo una maratona, ma una maratona con corsa a ostacoli. I posti di dottorato sono ridotti per mancanza di fondi, con borse tra le più basse d’Europa (1135€ al mese). Le condizioni di lavoro sono spesso svilenti, dove lɜ dottorandɜ vengono usate come forza lavoro a basso costo da chi li segue per portare avanti le proprie linee di ricerca.
Dopo il dottorato, l’introduzione della riforma del preruolo ha reso ancora più lungo e incerto l’accesso a posizioni stabili da ricercatore: anni di contratti precari e borse fittizie, spesso finanziate non dallo Stato ma da fondazioni e aziende.
Il definanziamento dell’università pubblica ha aperto le porte a un progressivo ingresso dei privati nell’università. Negli ultimi anni si è assistito a un aumento esponenziale di finanziamenti vincolati da parte di aziende: le grandi multinazionali investono in progetti di ricerca ma solo se funzionali ai propri interessi economici, orientando le linee di studio verso settori più redditizi. Ad esempio farmaceutica, intelligenza artificiale, biotecnologie applicate e, sempre più spesso, settore bellico (anche con lo sviluppo di tecnologie “dual use”). Tutto questo a scapito della ricerca di base, specie in aree non STEM, che rimane sottofinanziata.
Il rischio più grave è un lento ma costante snaturamento del ruolo dell’università pubblica: da luogo di produzione e diffusione libera del sapere che ti dà i mezzi per pensare, a fabbrica di brevetti e forza lavoro specializzata in conto terzi e a basso costo per le imprese private.
Noi crediamo che l’Università debba essere accessibile, gratuita e ben finanziata. Non vogliamo ingerenze dei privati e non accettiamo che, per due spiccioli, le aziende dettino di cosa parlare e cosa studiare e insegnare in un’università pubblica e libera, né per esteso alla nazione, cavalcando un definanziamento cronico progettato per costringere gli atenei a mendicare fondi.
Il sapere non può essere piegato alle logiche del profitto: la ricerca e la formazione devono rispondere alla collettività, non agli interessi di poche multinazionali.
