Programma Elettorale 2026

Trovi il programma in formato sfogliabile al seguente link.

Indice


Cosa vuol dire fare l’università ai tempi dei tagli ministeriali e perché ci candidiamo

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2024: una scure si abbatte sul sistema universitario italiano. Il taglio lineare al Fondo di Finanziamento Ordinario (la principale fonte di sostentamento all’università pubblica da parte dello stato) colpisce un sistema universitario già ampiamente sottofinanziato rispetto alle sue reali esigenze e necessità. L’università di Pisa viene gravemente colpita. 

Da quel momento sono state prese una serie di scelte politiche che hanno fatto sì che si contraessero gli strumenti e le garanzie della comunità studentesca: più tasse, meno servizi, meno biblioteche, corsi che chiudono, meno docenti: in poche parole, un peggioramento radicale della nostra condizione come componente studentesca. 

Questa non è una questione meramente materialistica di “minori possibilità che ci vengono date”, le conseguenze sono molto profonde e coinvolgono aspetti fondamentali del nostro approcciarsi all’università: il nostro futuro si disgrega, le speranze svaniscono e un’università che già aveva conseguenze enormi sulla psiche di molta della comunità studentesca si incancrenisce e peggiora. 

Il nostro benessere viene meno quando ciò che riteniamo necessario e ciò che ci troviamo realmente a vivere sono tra loro diversi. È in questo momento che ci troviamo ad affrontare una crisi che può avere più conseguenze. Quello che spesso, e purtroppo, viviamo in Università è la costrizione di essere noi a doverci adattare al contesto, invece di attivarci per fare in modo che questo sia più vicino ai nostri bisogni. Un’Università che risponde alla logica del survival of the fittest, dove va avanti chi meglio riesce ad adeguarsi alle logiche del contesto, a discapito del proprio benessere psicologico. 

A che pro dunque fare rappresentanza studentesca se il mondo che ci appare davanti è così disperato? Perché oggi come trent’anni fa vogliamo contrapporre al pessimismo della ragione l’ottimismo della volontà. La volontà di immaginare un futuro alternativo e possibile, un futuro che vada verso un sistema nuovo e più giusto, dove al centro vi siano le esigenze della comunità studentesca inserite nel contesto di un ateneo dove viga l’equità tra le sua varie componenti. Dove ad una comunità studentesca dominata dalla volontà di un corpo docente alle volte insensibile si sostituisca una visione di comunità e non di sovradeterminazione. Dove la nostra scienza vada nella direzione di essere più giusta e più etica, che abbia l’umanità come fine e non come mezzo.

Nello stendere questo programma elettorale abbiamo deciso di scrivere questa introduzione per tracciare un percorso che unisca tutti i temi che andremo a toccare: alla mancanza di alternativa vogliamo contrapporre un futuro possibile. 

Questo programma quindi è articolato secondo tutto ciò che manca all’interno del nostro Ateneo e all’interno del contesto cittadino. Dalla mancanza di trasporti adeguati, a livello di tratte e di orari, o di convenzioni che agevolino la nostra comunità, passando a tutte le mancanze del Diritto allo studio universitario

Le mancanze della didattica: lezioni portate avanti leggendo slide o libri, senza nessun tipo di arricchimento o interazione, ritmi di studio serrati e esami “a collo di bottiglia”. 

Le mancanze di una contribuzione divenuta iniqua, ingiusta, che non è realmente progressiva. Tutti fatti che contribuiscono a rendere peggiore la nostra vita all’interno dell’Università e che noi desideriamo cambiare. Negli ultimi due anni abbiamo fatto molto: vogliamo però fare di più e lo vogliamo fare nel modo per cui siamo conosciuti.  

Perché scegliere Sinistra per… significa scegliere un’organizzazione che da più di trent’anni “è la voce della comunità studentesca”.

Per essere la voce di una comunità è necessario in primo luogo farne parte, essere persone che vivono tutti i giorni gli spazi universitari, la didattica, il Diritto allo Studio… insomma, il contesto universitario a tutto tondo.

Appartenere a una comunità e esserne la voce significa poi raccogliere le necessità che sentiamo quotidianamente e avere la forza di portarle nelle sedi in cui è necessario.

Per fare ciò ci sono delle condizioni di partenza che per noi sono irrinunciabili e che costituiscono le fondamenta del nostro modo di lavorare.

La prima è l’orizzontalità: chiunque deve poter partecipare e portare le sue domande, analisi e proposte. Il “per…” nel nostro nome sta a significare proprio questo: Sinistra per… è un’idea politica di Università che ogni persona ha la possibilità di declinare per le proprie necessità.

La seconda è l’indipendenza, in termini sia politici che economici, da qualsiasi tipo di realtà partitica o sindacale. Ciò che facciamo, come lo facciamo e soprattutto il motivo per cui lo facciamo, è dettato unicamente dai bisogni della comunità di cui facciamo parte, senza nessuna ingerenza da parte di terzi.

L’obiettivo ultimo è il benessere psicologico, lo stare meglio collettivo di cui abbiamo parlato poco fa, che si può realizzare soltanto con un lavoro costante per ottenere avanzamenti per tutta la comunità.

Per questo siamo presenti nei cortei, nelle manifestazioni e nei presidi. Sempre per questo scegliamo di utilizzare lo strumento della rappresentanza e ci candidiamo negli organi di Ateneo, dai singoli consigli di Corso di Laurea o Dipartimento agli organi come Senato Accademico e Consiglio di Amministrazione, sia di UniPi che dell’Azienda Regionale per il Diritto allo Studio Universitario.

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Didattica

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La colonna portante dell’università agli occhi della comunità studentesca è la Didattica. La Didattica permea la nostra esperienza in Ateneo a partire dalla nostra data di immatricolazione sino al momento della nostra proclamazione. 

Ma quale dovrebbe essere una cifra comune della didattica? Come dobbiamo avere il coraggio di immaginarla? La nostra risposta è quella di una didattica pensata per la collettività, una didattica pronta a sostenere l’università di massa, una didattica che sia accessibile senza essere lassista

L’accessibilità è un principio importante, che noi richiamiamo a partire dall’articolo 3 della nostra costituzione: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Da questo principio discende poi l’articolo 34 sull’accessibilità del Diritto allo studio universitario. 

Accessibilità significa dunque rimuovere gli ostacoli sostanziali che ci vengono posti lungo il percorso per sostituire alla difficoltà artificiosa di una didattica male organizzata la complessità intrinseca di ciò che studiamo. Vogliamo quindi arrivare ad abbattere le limitazioni che ci vengono poste: un numero insufficiente di appelli, propedeuticità fantasiose, spazi e materiali inaccessibili, limiti strutturali di vario genere. 

In questo capitolo troverete le nostre proposte su questo fronte, per noi così importante.

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Il Regolamento Didattico d’Ateneo: un bilancio consuntivo

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Due anni fa ci siamo lasciati con una promessa ben precisa: quella di dare il massimo per migliorare la condizione della nostra comunità oltre a difendere i diritti già faticosamente conquistati. 

In questi due anni abbiamo fatto tantissimo. Siamo riusciti a mantenere e a portare avanti una percentuale altissima delle promesse che avevamo fatto alla comunità studentesca. Vogliamo fare un bilancio di quello che siamo riusciti ad ottenere. 

Maggiori garanzie: abbiamo stabilito una durata minima della pausa pranzo, già prevista nello scorso regolamento. Ora la pausa pranzo dovrà essere di almeno 45 minuti, prima invece si parlava solamente di una “pausa congrua”. Abbiamo altresì ottenuto una data precisa entro cui bisogna approvare i calendari didattici, il 15 maggio di ogni anno. Abbiamo anche ottenuto che gli esami all’interno di ciascun curriculum del medesimo anno accademico debbano avere date di inizio diverse tra loro. 

Abbiamo sostanzialmente abolito l’istituto della Decadenza dal Regolamento didattico di Ateneo, riuscendo a fare rimanere a regolamento soltanto la Decadenza prevista per i corsi ad accesso programmato a livello nazionale. Non è stato facile ma ci siamo riusciti! 

Tutela del numero degli appelli. Abbiamo mantenuto il vecchio numero di appelli ordinari e straordinari. Un risultato tutt’altro che scontato a fronte dei numerosi tentativi di erodere questi diritti. Siamo però riusciti a rivedere le categorie che avevano accesso agli appelli straordinari. Non siamo riusciti ad ottenere tutto ciò che volevamo, ma abbiamo aggiunto la possibilità di accedere agli appelli straordinari alla categoria degli “studenti caregiver”, ai detenuti, agli studenti che hanno già fatto domanda di Laurea, oltre agli studenti atleti. Abbiamo anche lasciato aperta la possibilità di incrementare ulteriormente il numero di categorie. Dovrà inoltre essere definita in un regolamento autonomo la figura dello studente lavoratore. 

Abbiamo inoltre ottenuto: l’abolizione del limite delle quattro consegne, un più stringente obbligo di pubblicizzazione dei testi delle prove scritte. Una pubblicizzazione dei voti d’esame più rispettosa dei criteri della privacy, maggiore trasparenza sul calcolo del voto di Laurea, la formalizzazione della figura dello studente a tempo parziale

Molto è stato fatto, ma non si tratta di soluzioni pienamente risolutive. C’è ancora tanto da fare nei singoli Dipartimenti, c’è molto da poter implementare. Una vittoria ottenuta non vuol dire che si debba concludere la nostra azione, ma anzi ci spinge a combattere con ancora più forza e vigore. 

Per questo ci impegneremo affinché siano applicate nei dipartimenti quelle possibilità sancite dal regolamento didattico che offrano quante più garanzie e tutele alla componente studentesca.

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Appelli d’esame e fuoricorso in itinere

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È un dato di fatto che i tempi previsti dal Sistema universitario nazionale per il completamento del proprio ciclo di studi non siano davvero applicabili all’interno di un contesto in cui la realtà dei fatti è spesso molto più complessa. 

Ogni persona infatti ha ritmi, impegni e circostanze personali che influenzano la durata dei suoi studi universitari. È del tutto legittimo che una persona impieghi il tempo ritenuto necessario per completare il proprio percorso di studi. Tuttavia non possiamo non guardare in faccia alla realtà. Molto spesso l’allungarsi dei tempi con cui completiamo il nostro percorso non è dato da una serie di circostanze, quanto da una didattica male organizzata o da un sistema malato che costringe le persone ad affrontare gli esami quasi come se fossero percorsi ad ostacoli.

Partiamo allora dalla base, per poter affrontare il problema alla radice: vogliamo aumentare il numero degli appelli. Si tratta di una richiesta necessaria perché le riforme al sistema universitario degli ultimi anni hanno imposto un’accelerazione dei tempi delle carriere e hanno creato una pressione punitiva contro chi va fuoricorso. L’università non dovrebbe essere un esamificio, ma un luogo di formazione basato su una didattica di qualità e un adeguato tempo per lo studio; nelle condizioni attuali il numero minimo di appelli previsto dal Regolamento Didattico (6+2 straordinari) spesso non è sufficiente per poter organizzare lo studio al meglio. Per questa ragione lottiamo per aumentarlo.

Nella nostra Università inoltre gli appelli straordinari attualmente sono ad accesso riservato per chi è fuoricorso, lavora o è genitore. Non è sufficiente dare la possibilità di fruire di un numero maggiore di appelli solo nel momento in cui si è già fuoricorso: dobbiamo permettere a chi resta indietro con gli esami di poter fruire di strumenti che aiutino a sostenere la propria carriera. Per questo abbiamo ideato, e in alcuni dipartimenti già sperimentato, il “fuoricorso in itinere”. 

Alle scorse elezioni abbiamo cercato di inserire il fuoricorso in Itinere all’interno del regolamento didattico di Ateneo, l’università di Pisa ha rifiutato questa proposta. Noi, dal canto nostro riteniamo questa soluzione ancora valida e crediamo che in alcuni Dipartimenti possa essere un’opzione al fine di evitare un eccessivo prolungamento delle carriere degli studenti.

È necessario inoltre che sia introdotto un monitoraggio delle carriere degli studenti, per potere identificare i punti più critici della carriera e poter agire su più fronti al fine di cercare di individuare le cause specifiche di un fenomeno che ha molte ripercussioni sulla salute mentale della comunità studentesca.

Una possibilità alternativa è rappresentata dal sistema della: sessione permanente. In alcuni atenei italiani non esiste una netta divisione tra periodi di sessione e periodi di lezione. Nel nostro ateneo la divisione tra sessione e periodi di lezione è piuttosto netta e offre, tuttavia, un certo grado di diritti alla comunità studentesca. L’interlocuzione con la comunità studentesca ci restituisce tuttavia l’immagine di un mutamento delle necessità, soprattutto per alcuni contesti. Le lauree magistrali sono caratterizzate generalmente da un numero di studenti minore,  da metodologie didattiche alternative a quella frontale e da una maggiore propensione da parte degli studenti ad integrare ulteriori esperienze rispetto a quelle ordinariamente previste. È a nostro avviso maturo ipotizzare la sperimentazione di una sessione permanente a partire da alcuni contesti scelti al fine di poter introdurre un sistema misto dove a fianco alla tradizionale divisione (che crediamo possa essere utile alla maggioranza della comunità studentesca) si possa avere anche una qualche forma di sessione più fluida e che contribuisca ad accelerare le carriere degli studenti. 

Per questo chiediamo: 

  • L’introduzione di un monitoraggio delle carriere 
  • Una maggiore diffusione della sperimentazione del fuoricorso in itinere
  • La sperimentazione della cosiddetta sessione permanente a partire da alcuni corsi di laurea magistrale selezionati.

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Lezioni e questionari

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Quando pensiamo alla Didattica pensiamo automaticamente alle lezioni fatte dai docenti, ai corsi con i loro problemi, agli esami con programmi sbilanciatissimi per i non frequentanti e all’obbligo di frequenza per quei corsi che invece lo prevedono. Questo è in moltissimi corsi di laurea, lo stato dell’arte della didattica: una situazione estremamente variabile, dove ogni cosa è diversa. 

Una didattica organizzata male o gestita peggio, è uno dei motivi per cui molti studenti scelgono di frequentare la magistrale all’interno di un’altra università. Crediamo che per migliorare la didattica sia essenziale ragionare a livello strutturale: servono risorse, interesse da parte del corpo docente e dell’Ateneo.

Per questo uno dei nostri obiettivi non può che essere quello del miglioramento delle lezioni, una delle massime espressioni della didattica. 

Le lezioni sono tutte pubbliche, come pubblico deve essere il materiale didattico. Ma come può considerarsi davvero pubblica una didattica dove i programmi di esame molte volte non sono compilati come dovrebbero o dove manca completamente l’opzione in lingua inglese? 

Un aspetto ulteriore è quello delle registrazioni delle lezioni, l’esperienza della registrazione delle lezioni aveva subito un picco con il COVID ma sembra ormai essere stata del tutto dimenticata, ma la componente studentesca ancora chiede a Gran Voce questo strumento. Siamo andati molto vicini ad ottenere uno strumento ottimo per la didattica digitale integrata, PANOPTO, ma la sua sperimentazione si è completamente arenata all’intervenire delle criticità di Bilancio. Noi vogliamo che questa sperimentazione sia ripresa. Vogliamo inoltre che sia fatta una mappatura dai vari corsi per definire lo stato dell’arte della pubblicazione del materiale didattico nei singoli insegnamenti dei corsi di laurea. 

Per aiutarci a monitorare l’andamento della didattica e il comportamento del corpo docente durante gli esami arrivano in nostro soccorso i questionari di valutazione!

Tutti i questionari sono assolutamente anonimi. Quelli sulla didattica per esempio sono obbligatori e vengono aperti durante lo svolgimento dei corsi. L’università ha deciso di fare carta straccia della sperimentazione da noi fortunatamente voluta e introdotta, sul questionario post esame. Noi abbiamo sempre giudicato questa scelta come folle. Il questionario post esame era utilissimo per isolare le situazioni maggiormente problematiche. Chiediamo la loro reintroduzione a livello locale per cercare di dare un segnale alla Governance dell’Ateneo è poter lavorare a livello globale. Noi siamo sempre stati disponibili a rivedere nel merito i singoli quesiti per provare a renderli più adeguati alla realtà della didattica. La nostra proposta non è mai stata davvero valutata nel merito.

Crediamo inoltre che sia necessario anche un ampliamento del questionario sui tirocini a tutti i Dipartimenti dell’Ateneo e a tutti i corsi dove sia fatto un Tirocinio per riuscire ad avere un meccanismo di feedback su questo aspetto. Riteniamo infine che sia necessario il superamento degli attuali questionari che coinvolgono il fine carriera della comunità studentesca: la nostra visione va nella direzione di una valutazione del rapporto studente – relatore in modo da poter comprendere eventuali problematiche in questa parte conclusiva della nostra carriera.

Per questo chiediamo:

  • Un maggiore controllo e una maggiore preparazione del corpo docente nella compilazione del materiale dei corsi;
  • Riprendere la sperimentazione della piattaforma PANOPTO per avere garantite registrazioni di qualità;
  • Riprendere i questionari post esame a livello di Dipartimento e di Ateneo
  • Ampliamento dei questionari dei tirocini;
  • Una migliore applicazione del questionario per i laureandi in modo da valutare il rapporto tra relatore e laureando.

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Biblioteche

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Come comunità studentesca, uno degli spazi di Ateneo che viviamo maggiormente sono le biblioteche, che spesso utilizziamo  per sopperire alla mancanza di aule studio. Impariamo troppo spesso ad utilizzare la biblioteca verso la fine della nostra carriera accademica, durante la stesura della tesi. Crediamo sia necessario coinvolgere le biblioteche nei progetti di orientamento e istituire appositi seminari di ricerca bibliografica, consentendo una migliore valorizzazione dei servizi offerti e incentivandone la conoscenza da parte della componente studentesca.

La biblioteca deve inoltre potersi rinnovare, per poter meglio soddisfare le necessità della nostra comunità, utilizzando un approccio più moderno, prevedendo ad esempio dispositivi per la consultazione di materiale digitale o piattaforme di auto prestito così come postazioni per la scannerizzazione autonoma del materiale bibliografico e integrando così la sua funzione essenziale di supporto alla ricerca. 

Le carenze del Sistema Bibliotecario sono evidenti: il limitato numero di copie dei testi a disposizione, la limitatezza temporale prevista per i prestiti, i recenti tagli agli orari di apertura e alle risorse digitali, per cui ogni anno perdiamo accesso a molte risorse. 

La necessità della reperibilità del materiale di studio è data anche dal suo costo, sempre più proibitivo. Vogliamo che tutto il materiale didattico sia accessibile: libri di testo, appunti, slide, sbobinature, registrazioni e, in generale, tutto il materiale delle lezioni. 

La situazione delle biblioteche, però, è ancora molto critica: dal bilancio previsionale 2026/27, è emersa la carenza di fondi per assumere personale, tanto che non basta neanche optare per ditte esternalizzate (con contratti però meno tutelati e più precari) per risparmiare su questa voce. A questo si aggiunge il turnover: a breve con i pensionamenti si rischia un ammanco del 25% del personale necessario.

Questo significherebbe soltanto una cosa: la chiusura delle biblioteche Unipi. Non essendoci più chi le può tenere aperte. 

Abbiamo già proposto nell’ultimo anno lo scorrimento delle graduatorie per sopperire al turnover e assumere più personale bibliotecario.

Vogliamo che l’Ateneo garantisca effettivamente il funzionamento e l’accessibilità delle biblioteche, non riducendo, ma anzi ampliando, gli orari di apertura e prevedendo l’acquisto di nuovo materiale bibliografico e che nel farlo si assuma anche la responsabilità di tutelare le proprie componenti lavoratrici, anche quelle esternalizzate.

Per questo chiediamo:

  • l’estensione degli orari di apertura delle biblioteche;
  • maggiori finanziamenti per le biblioteche;
  • il prolungamento dei tempi previsti per il prestito bibliotecario;
  • l’aumento e il rinnovo del materiale messo a disposizione;
  • che il corpo docente sia incentivato a fornire e/o donare ulteriore materiale didattico alle biblioteche.

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Tirocini e statuto

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Cos’è il Tirocinio? Un momento della carriera universitaria dove si vuole trasformare la conoscenza appresa sul piano teorico ad un piano pratico e applicativo. Il tirocinio dovrebbe essere il momento in cui alle conoscenze viene dato anche un corpo pratico e operativo al fine di trasmettere alla comunità studentesca il piano del reale in cui la conoscenza opera. 

Ne consegue che il Tirocinio dovrebbe essere trattato, in teoria, come un momento di studio. È tuttavia noto che i tirocini vengano spesso fatti in strutture esterne all’Ateneo o in aziende. Passando dal piano dello studio al piano del lavoro. 

In questo frangente si palesa la necessità di offrire delle tutele e delle garanzie tipiche del mondo del lavoro. Ma lo status del tirocinante è dominato da un buco normativo che priva le persone che svolgono un tirocinio curriculare di qualsiasi tutela. A nostro avviso è necessario adottare delle normative interne che diano delle garanzie. Prima di tutto uno statuto del tirocinante, seguito da regolamenti stabiliti a livello di area dove vengano stabilite delle garanzie minime per le persone che svolgono un tirocinio come il rimborso delle spese, cosa fare in caso di malattia, il numero di ore lavorative massime a livello giornaliero

Vogliamo anche maggiore trasparenza nonché l’introduzione di un meccanismo di blacklist. Gli enti e le aziende devono rendere chiaro a grandi linee il tipo di lavoro svolto dal tirocinante. Non sempre questo è infatti chiaro, c’è molta differenza tra le varie situazioni. Inoltre crediamo che sia necessario che le aziende che si dimostrino non in grado, dopo un’attenta analisi, di garantire il rispetto del piano formativo o di un trattamento equo a chi svolge il tirocinio, debbano essere messe in una blacklist, stracciando la convenzione. Questo per fornire un meccanismo di tutela alla comunità studentesca.

Crediamo inoltre che sia utile un sistema di prenotazione e gestione dei tirocini che sia condivisibile e replicabile in tutto l’Ateneo. La situazione al momento è infatti estremamente differenziata tra i singoli corsi di laurea di ciascun Dipartimento.

Per questo noi chiediamo: 

  • L’introduzione dello statuto del tirocinanti;
  • L’introduzione di regolamenti applicativi a livello di Dipartimento che offrano garanzie quali il rimborso delle spese, le tutele in caso di malattia e numero di ore lavorative massime a livello giornaliero;
  • La compilazione di un progetto di tirocinio dove si stabilisca il progetto formativo del tirocinio;
  • Introduzione di una blacklist per inserire le aziende che non rispettano i regolamenti.

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PF60 e accesso all’insegnamento

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Il DPCM del 25 settembre 2023 prevede un nuovo percorso di abilitazione all’insegnamento, che si svolgerà attraverso il conseguimento di 60 CFU (o 36 integrativi per chi ha già conseguito i 24 della precedente riforma) nell’arco di un anno. 

Con questa riforma non sono stati però stanziati fondi a livello statale per coprire i costi dei percorsi di formazione e questo significa, per chi vuole intraprendere questa carriera, dover gestire anche oneri economici importanti. Viene richiesta una quota per poter presentare la domanda di ammissione, che valuta solo i titoli di studio; il costo del corso ed infine il costo per poter sostenere l’esame finale, per un totale di oltre 2700 euro. 

Oltre a questo, non è implementato un meccanismo di scorrimento delle graduatorie: ne viene fatto uno al massimo. Il risultato è doppiamente catastrofico: non vengono coperti tutti i posti messi al bando dal ministero e il rischio è quello di non accedere ad una posizione alla quale si sarebbe potuto accedere con un numero maggiore di scorrimenti. Questo può fare la differenza tra l’assunzione e l’incertezza della mancanza di un impiego.

Ad aumentare la complessità della situazione si inserisce la politica delle “doppie classi” sulle stesse materie: con una divisione fra italiano-storia-geografia per le scuole medie e discipline letterarie per le superiori, ponendo il vincolo di essere ammessi ad una sola classe. Se si vuole l’abilitazione ad entrambe le classi diventa necessario un ulteriore esborso economico per un costo elevato (2000 euro), a fronte di un corso ridotto (30 CFU).

Risulta difficile anche il monitoraggio sull’andamento di questi corsi: non vengono condivisi i dati e non è dato sapere se effettivamente stiano venendo raggiunti gli scopi prefissati, se le aspettative vengano rispettate e se il percorso costruito sia funzionale o meno a dare gli strumenti necessari all’insegnamento.

Alla scuola italiana mancano oltre 200.000 docenti, tamponati con le supplenze: tutto questo peggiora la situazione complicando ulteriormente l’accesso alla professione di insegnante. Questa riforma non è un’eccezione ma si inserisce perfettamente nel sistema che si sta delineando intorno al mondo dell’istruzione, che toglie sempre più risorse e che rende sempre più fragile il sistema scolastico. 

Noi crediamo che l’università possa fare la sua parte, nonostante le enormi carenze e limitazioni del quadro normativo di riferimento. Per questo vogliamo l’inserimento di una politica di parametrazione del contributo dovuto ad un valore ISEE, l’inserimento di un piano di monitoraggio dei percorsi per l’accesso all’insegnamento e un numero maggiore di scorrimenti di graduatoria. Non si può inoltre prescindere da interventi strutturali che allochino maggiori unità di personale per garantire un più corretto funzionamento dei percorsi.

Per questo crediamo

  • Un meccanismo di maggior scorrimento delle graduatorie; 
  • Un monitoraggio dei percorsi di formazione; 
  • Interventi di allocazione di personale apposito per gestire i percorsi del PF60;
  • Una politica di parametrazione della contribuzione sulla base del contributo ISEE.

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Accessibilità

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Quando si parla di accessibilità, viene naturale pensare all’abbattimento delle barriere architettoniche, appelli di laurea ed esami e a una didattica inclusiva.

Per noi l’accessibilità è molto di più: è la garanzia che ogni persona che fa parte della nostra comunità accademica/studentesca, a prescindere dalle proprie condizioni, possa vivere il proprio percorso universitario avendo la possibilità di partecipare pienamente alla vita accademica del nostro ateneo accedendo, laddove ci siano ostacoli, agli strumenti che possano permetterle di aggirarli.

“Studente lavoratore”

Il nostro Ateneo riconosce  la figura dello “studente lavoratore”;  abbiamo ottenuto la definizione delle caratteristiche di questa figura in un regolamento apposito ma nulla è ancora stato formalizzato. Questa figura dunque  presenta ancora delle criticità.

Vogliamo che sia data piena applicazione a quanto stabilito dal regolamento didattico di Ateneo, andando a risolvere inoltre le altre problematiche presenti: quelle , ad esempio, che  riguardano le tempistiche per la presentazione della domanda, a volte non compatibile con le esigenze di vita di chi lavora, il mancato riconoscimento dei tirocini obbligatori curriculari come lavoro effettivo e quindi equibarando lo status di tirocinante a quello di lavoratore. Vogliamo infine che siano garantire delle  agevolazioni  nei corsi a frequenza obbligatoria.

“Studente a tempo parziale”

Uno strumento molto importante che abbiamo ottenuto nel corso degli anni è lo status “a tempo parziale”, che consiste in una misura nella quale chi vuole iscriversi a tempo parziale  potrà sostenere 60CFU in due anni (di cui 36 nel primo, raddoppiando di fatto i tempi), pagando per ogni anno il 60% della contribuzione.

Anche lo status “a tempo parziale” può essere migliorato: chi supera il numero di CFU è costretto a pagare una penale di 200 euro e pagare tutta la contribuzione dovuta; noi vogliamo aggiungere la possibilità per chi si iscrive, di modulare, in qualche misura, il numero di CFU da conseguire ogni anno oltre ad una riduzione della mora prevista

Altri atenei prevedono la possibilità di usufruire dello strumento part time al 75%, che di fatto vuol dire dover conseguire 45CFU l’anno e non 60, con la contribuzione rimodulata in proporzione.

Noi riteniamo che qualunque misura che permetta alla componente studentesca di gestire la propria carriera secondo i propri tempi e i propri mezzi, sia una direzione virtuosa verso la quale dobbiamo spingerci.

USID, DSA, BES e didattica

Recentemente il nostro Ateneo ha aderito alle Linee Guida CNUDD (Conferenza Nazionale Universitaria dei Delegati per la Disabilità) 

L’Università si avvale dell’USID (Ufficio Servizi per l’Integrazione di Studenti con Disabilità) per garantire il diritto allo studio della componente studentesca disabile. 

Purtroppo ad oggi il servizio risulta sottodimensionato: le risorse economiche e il personale sono insufficienti, e le attività di supporto gravano spesso sul corpo docente, (che spesso non risulta adeguatamente formato)  invece che su figure specificamente  dedicate.

Per questo chiediamo un potenziamento immediato dell’USID, con maggiori investimenti e l’introduzione, in ogni dipartimento, di una figura  formata ad hoc. 

Per tutelare le persone con Disturbi Specifici dell’Apprendimento, infine, l’Ateneo si è dotato dello sportello DSA, che da tempo monitoriamo date le molte segnalazioni per richieste non supportate in modo adeguato.

Ci sono alcune condizioni, che stanno sotto l’ombrello del termine BES (Bisogni Educativi Speciali), che non sono propriamente riconosciute, vogliamo l’estensione delle tutele dell’USID anche verso questa componente.

Ci preme specificare una cosa: non tutte le persone hanno la stessa possibilità di accedere a visite specialistiche per la diagnosi di un DSA o DES (Disturbi evolutivi specifici). Spesso si parla di percorsi lunghissimi, costosi, non sempre concludenti in quanto esistono ancora nel campo medico dei bias, per esempio, di genere.

Vogliamo misure che tutelino anche le persone che, questo foglio di carta, non possono permetterselo.

Una proposta a cui teniamo particolarmente è l’Universal Design for Learning,  un modello pedagogico che aiuta a orientare il lavoro educativo, individuando e rimuovendo gli ostacoli nei materiali didattici per rispondere meglio ai diversi bisogni della componente studentesca; questo può essere affiancato a una serie di software che aiutino nello studio, ad esempio tramite l’assistenza nella lettura.

Al fine di migliorare l’accessibilità della didattica chiediamo:

  • per lo status di Studente Lavoratore:
    • Omogeneità in tutti i dipartimenti dei criteri per ottenere lo status;
    • La semplificazione delle richieste e il ripensamento delle tempistiche previste per presentare la domanda;
    • L’adattamento dei criteri relativi alla durata dei contratti;
    • Il riconoscimento di contratti a prestazione occasionale e dei tirocini curriculari.
  • per lo Studente a Tempo Parziale:
    • Prevedere la possibilità di conseguire il 75% dei CFU annui pagando il 75% della contribuzione;
    • Abbassamento della contribuzione degli studenti a tempo parziale dal 60% al 50%; 
    • Eliminazione della penale di 200€ per chi consegue un numero di CFU superiore al limite;
    • Modifica del bando per la borsa di studio per garantirne la compatibilità con una carriera a tempo parziale.
  • per l’USID, per lo sportello DSA e BES:
    • Potenziamento dei servizi in termini di risorse economiche e di personale;
    • Individuazione di referenti amministrativi specifici per ogni dipartimento;
    • L’ampliamento della platea di chi può accedere agli ausilii;
    • L’impegno per l’adozione di un modello didattico basato sull’Universal Design for Learning.

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Erasmus e internazionalizzazione

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L’internazionalizzazione è uno dei parametri di valutazione degli atenei per l’erogazione dei fondi ministeriali. 

L’idea di internazionalizzazione promossa dall’Università è spesso legata al tentativo di alzare questi parametri per avere più finanziamenti e fondi piuttosto che in ottica di arricchimento e intersezione tra le culture: questo è evidente guardando anche solo alle poche borse di studio assegnate per un soggiorno all’estero. 

Si tratta di contributi assegnati spesso indipendentemente dalla condizione economica di chi ne fa richiesta e ai programmi di studio internazionali, e sbilanciate verso determinate aree considerate “strategiche”. 

Si tratta dell’ennesimo caso in cui la pedanteria nella compilazione dei parametri richiesti dalla burocrazia ministeriale ignora le condizioni e le necessità reali della comunità studentesca.

Ci sono poi problemi per l’internazionalizzazione in uscita, con bandi erasmus poco pubblicizzati o che vengono pubblicati troppo tardi per le tempistiche richieste dalle università estere, difficoltà nell’orientamento, nel riconoscimento dei crediti conseguiti all’estero e negli importi delle borse di studio, spesso insufficienti. 

Guardando invece all’internazionalizzazione in entrata, è necessario che l’Università organizzi un orientamento più chiaro ed accessibile, garantendo traduzioni del materiale, con particolare attenzione alle pagine web e alla modulistica.

Le difficoltà per la componente studentesca in entrata sono tante: dall’aumento delle tariffe mensa (all’estero non esiste l’ISEE) alla difficoltà nel trovare case in affitto (visti anche i casi degli annunci razzisti “no stranieri”), che talvolta costringono a partire senza aver trovato alloggio, spendendo centinaia di euro in B&B nell’attesa di trovarlo, o a rinunciare direttamente all’erasmus a Pisa.

A tutto questo fa da sfondo la barriera linguistica, evidente anche nelle carenze di formazione dello stesso corpo docente, carenze palesatesi nell’opposizione di parte del corpo docente alla valutazione delle competenze in inglese dello stesso.

L’Università di Pisa ha aderito all’alleanza Circle U., che unisce 9 Università europee per costruire progetti comuni. Questa prevede la Circle U. Student Union (CUSU), un organo internazionale che mette in contatto le rappresentanze studentesche di queste Università. Come rappresentanti ci adoperiamo in questo organo per portare le esigenze della componente studentesca pisana in un contesto europeo, confrontandoci con le altre rappresentanze studentesche della CUSU su vari fronti, come progetti di didattica all’avanguardia o agevolazione della mobilità internazionale.

Per questo chiediamo: 

  • aumento dei contributi erogati anche in funzione del reddito per ogni forma di mobilità internazionale;
  • allineare l’orientamento e le informazioni forniti dall’Ateneo per la componente studentesca incoming potenziando gli uffici internazionalizzazione dei vari dipartimenti;
  • ripensamento completo della tariffazione a mensa per le persone provenienti dall’estero;
  • formazione e valutazione del corpo docente all’uso parlato e scritto della lingua inglese.

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Centro Linguistico

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Il Centro Linguistico (CLI) offre idoneità linguistiche per i Corsi di Laurea e fornisce corsi di varie lingue alla componente studentesca. 

L’offerta,  presenta alcune problematiche. In primis, il numero di posti è limitato e l’iscrizione ai corsi si riduce ad un click day, dove si deve sperare di riuscire a prenotare un posto nell’orario che meglio si integra con le lezioni universitarie. 

In secondo luogo: le certificazioni valgono pressappoco solo all’interno dell’Università stessa. In molti casi inoltre, nonostante la certificazione, viene richiesto di sostenere comunque l’esame di lingua, anche in caso questo preveda solamente un’idoneità. 

Inoltre, per i corsi che preparano alle certificazioni riconosciute a livello internazionale viene richiesta  una doppia contribuzione: una per il corso e una per poter sostenere l’esame nelle sedi terze accreditate. A fare da cornice a tutto ciò è la cronica carenza di personale nonché un’offerta linguistica ancora piuttosto limitata. 

Siamo consapevoli che il Centro sia finanziato unicamente da sé stesso, anche tramite i contributi raccolti per l’erogazione dei corsi, ma nonostante la riduzione dei costi per chi è iscritto all’Università di Pisa, questi rimangono proibitivi per molte persone. Avere un centro linguistico di Ateneo significa prima di tutto scegliere di finanziarlo adeguatamente e avere una politica di offerta linguistica che sia adatta alle esigenze della comunità studentesca del 2026.

Per questo chiediamo:

  • Incremento dei posti e dei corsi di lingua offerti dal CLI; 
  • Gratuità dei corsi di lingua del CLI per gli iscritti all’università; 
  • Valenza internazionale dei certificati rilasciati;
  • Rinnovo delle modalità di iscrizione ai corsi.

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Contribuzione studentesca

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La nostra generazione è strutturalmente più povera di quella che ci ha preceduto.
Abbiamo attraversato momenti di crisi che hanno ridefinito il mondo che viviamo: la crisi del 2008, un indebolimento progressivo di istruzione e sanità, una pandemia globale, genocidi che si consumano davanti ai nostri occhi e, non per ultima, la costante minaccia di un conflitto mondiale.

Abbiamo visto l’aumento esorbitante dei prezzi dei beni di prima necessità, mentre i salari sono sostanzialmente fermi da 30 anni, e proprio in questo contesto lo Stato smantella il proprio sistema di welfare per incrementare le risorse da destinare alla spesa militare,. Alcuni dei colpi più duri li ha subiti l’Università pubblica, che da decenni vive una realtà di sottofinanziamento cronico. Una serie di leggi ha reso la contribuzione studentesca un elemento cruciale per la sopravvivenza degli atenei, nonostante, per sua natura, dovrebbe essere un’integrazione alle entrate del sistema universitario e non una componente indispensabile al suo funzionamento.

Da anni lottiamo nel contesto nazionale affinché l’università diventi gratuita, ma le condizioni attuali rendono necessario discutere le decisioni dell’Ateneo sulla gestione della contribuzione studentesca. Proprio a causa delle politiche di cui sopra, il margine di manovra non è ampio e bisogna lottare per ogni avanzamento verso la riduzione degli importi. 

Negli anni precedenti sono state applicate alcune maggiorazioni. Due anni fa è stato previsto un primo aumento di “adeguamento all’inflazione”. Per noi era inaccettabile, e abbiamo lottato riuscendo ad evitare un ingente incremento generalizzato, e spingendo a vincolare l’extra-gettito a degli investimenti per servizi alla comunità studentesca.

Nel 2024, la destra di governo ha deciso di applicare un ulteriore taglio ai finanziamenti pubblici del sistema universitario, con conseguenze devastanti: l’Università di Pisa si è ritrovata improvvisamente con un bilancio in rosso di 21 milioni di euro. 

Di conseguenza, i servizi sono stati depotenziati, diversi posti di lavoro sono stati tagliati, i dottorati sono diminuiti drasticamente e le assunzioni sono state bloccate. Per sopperire alla mancanza di risorse, la contribuzione studentesca è incrementata nuovamente.

I tagli che subiamo da parte del ministero non devono cadere soltanto sulle componenti più fragili dell’Ateneo, bensì è necessario che se ne faccia carico tutta la comunità accademica. Per questo chiediamo che, in simili situazioni di crisi, vengano anche incrementati i prelievi del cosiddetto “conto terzi”, risorse che detengono lɜ docenti che intrattengono rapporti con soggetti terzi per mezzo dell’Università. Soltanto con una solidarietà di tutte le componenti si possono evitare le conseguenze più nefaste.

Progressività e No Tax area

L’attuale sistema di contribuzione necessita di una profonda revisione. È prioritario ridurre i contributi, ma un’attenzione specifica va posta su alcune fasce di ISEE in particolare. 

Uno tra i problemi più evidenti dell’attuale curva di contribuzione è la mancanza di una reale progressività. Fasce di ISEE possono comportare importi notevolmente differenti, ma gran parte della differenza si colloca nelle fasce medio-basse, immediatamente successive all’uscita dalla No Tax area. Una persona con un ISEE di 45.000€ paga il triplo rispetto ad una persona con un ISEE di 30.000€; differentemente, una persona con un ISEE di 90.000€ paga un terzo in più rispetto ad una con un ISEE di 60.000€. La curva di tassazione deve essere rimodellata in funzione di un principio di progressività, riducendo la crescita nelle porzioni di ISEE successive alla No Tax area.

Contestualmente a questo principio, è necessario spingere affinché si innalzi la soglia della No Tax area. La gratuità dell’università richiederebbe interventi di finanziamento strutturali da parte del ministero, ma ciò non preclude la possibilità di avvicinarsi a questo obiettivo tramite queste misure. L’accesso allo studio superiore è un diritto non contrattabile, e andrebbe sostenuto dalla contribuzione generale.

Comunità studentesca internazionale

La comunità studentesca internazionale vive in una condizione precaria soprattutto dal punto di vista della carriera accademica, ostacolata da barriere linguistiche e di integrazione (di cui parleremo sotto “Pari opportunità” nella sezione preposta).

L’ISEE è uno strumento che viene usato solo in Italia, è uno strumento imperfetto e non esiste un corrispettivo internazionale. Tuttavia, è l’unico mezzo a disposizione per garantire alcuni minimi principi di equità e dei contributi basati sulla propria capacità di spesa.
La comunità internazionale usa uno strumento equivalente chiamato ISEE parificato. L’Ateneo periodicamente spinge per la sua rimozione, lamentando carichi amministrativi eccessivi. Questa misura va, al contrario, mantenuta e promossa.

Maggiorazioni per fuoricorso

La situazione dell’Università di Pisa presenta una serie di contraddizioni: da una parte ha dei tempi di laurea tra i più alti in Italia, dall’altro applica un sistema estremamente punitivo nei confronti di chi è fuoricorso o inattivǝ.

Sebbene la maggiorazione per fuoricorso, di almeno 200 euro, sia stabilita da normativa nazionale, UniPi per alcune categorie incrementa il minimo previsto dalla legge

Alcune delle principali motivazioni di questi dati sono attribuibili all’Ateneo: esami a collo di bottiglia, nei quali solo una piccola percentuale di iscrittɜ riesce effettivamente a superare gli esami, limiti di consegne, comportamenti vessatori da parte di docenti, propedeuticità ne sono un esempio. Viene legittimo chiedersi perché l’Ateneo non intervenga, e anzi contribuisca a mantenere un sistema che porta molte persone a finire fuoricorso per poi aumentarne vertiginosamente il contributo da versare.

L’allungamento delle carriere spesso può implicare anche la perdita di borse di studio o la necessità di lavorare in condizioni precarie, spesso incompatibili con una carriera universitaria “standard”; le penalizzazioni vanno solo a contribuire all’allungamento della carriera, a cui spesso consegue l’inattività, con ulteriori penalizzazioni; è un circolo che si autoalimenta e non dà scampo dato che l’Ateneo non interviene per ridurre queste difficoltà.

Due anni fa è stato deciso che chi è in ritardo con i pagamenti non potrà più iscriversi e sostenere esami. La decisione, presentata come una semplice applicazione del regolamento, ha conseguenze molto pesanti. Se da un lato il blocco può essere inteso come un deterrente per dimenticanze o abusi (fenomeno comunque marginale), dall’altro colpisce duramente chi vive condizioni economiche precarie o attraversa momenti di difficoltà temporanea.

L’Università risponde a queste critiche sostenendo di aver introdotto “piani di rientro”, che permettono di rateizzare il debito e tornare a sostenere esami dopo il primo pagamento. Si tratta certamente di uno strumento utile, ma interviene quando la situazione debitoria è già esplosa, costringendo chi è in difficoltà a riconoscere formalmente la propria condizione economica. È necessario agire prima, prevenendo l’accumulo del debito.

ISEE

Ma com’è possibile che una persona con difficoltà economiche si ritrovi comunque a dover pagare tasse e affrontare tutte queste conseguenze? 

La risposta sta nell’ISEE, lo strumento nazionale utilizzato per calcolare la contribuzione. Circa un terzo della popolazione studentesca non presenta l’ISEE, venendo così equiparata a chi ha un ISEE superiore a 100.000 euro e finendo a pagare oltre 2.900 euro di contributi. 

L’ISEE stesso presenta distorsioni significative: nella stessa fascia possono rientrare persone con capacità di spesa molto diverse. Una casa di proprietà o un immobile ereditato, o anche un pezzo di terreno sterile, possono far aumentare l’ISEE di decine di migliaia di euro.

Una piccola vittoria che portiamo a casa è che dal prossimo anno l’ISEE universitario verrà acquisito automaticamente dell’INPS: una volta richiesto l’ISEE, l’Ateneo lo acquisirà senza necessità di caricarlo sul portale Alice.

Per questo chiediamo:

  • Prosecuzione delle politiche di innalzamento della No Tax area; 
  • Rimodulazione della curva di tassazione con un’attenzione all’uscita dalla No Tax area, per garantire una reale progressività;
  • Mantenimento e promozione dell’uso dell’ISEE parificato per lɜ studentɜ internazionali;
  • Eliminazione di ogni maggiorazione per fuoricorso superiore al minimo previsto dalla legge di 200€;
  • Introduzione di CAF (Centro di Assistenza Fiscale) in Ateneo per rendere più agevole l’accesso alle informazioni fiscali per la comunità studentesca;
  • Estensione della possibilità di presentare la richiesta di riduzione tasse a tutto l’anno solare;
  • Revisione del sistema delle more per renderlo meno punitivo.

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Risorse digitali e autonomia digitale

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Nel mondo di oggi i servizi informatici sono indispensabili per la vita universitaria e per l’attività di ricerca. Per assicurare questi servizi, tuttavia, gli Atenei scelgono di essere sempre più dipendenti da alcune realtà: quelle delle aziende che controllano gli spazi in cui chattiamo ed il feed che ci viene proposto sui social, i cui algoritmi fanno il comodo di chiunque sia al potere, a discapito persino della nostra privacy.

Questa dipendenza dalle Big Tech è strutturale: siamo spintɜ ad usare piattaforme che riempiono la nostra esistenza fino a diventare indispensabili e insostituibili, collezionando ogni singolo dato  che trovano lungo la strada. Queste aziende sono ben integrate nelle istituzioni pubbliche e private, a partire dalla nostra Università, dove ci ritroviamo completamente dipendenti dai servizi offerti da Microsoft e nella quale viene considerato “innovativo” suggerire al proprio personale di investire massivamente i fondi di ricerca in licenze di OpenAI, finendo per fargli gratuitamente pubblicità a lezione.

C’è poi un forte legame tra questi monopoli digitali e il sistema di pubblicazione degli articoli scientifici. Riuscire a pubblicare vuol dire, molto spesso, dover sborsare numerosi fondi a qualche casa editrice affinché la propria ricerca venga riconosciuta dalle proprie istituzioni, e pagare ancora per poter accedere alle stesse riviste elettroniche dove gli articoli vengono  pubblicati.

Riteniamo che sia necessario costruire delle alternative libere ai servizi proprietari ai quali demandiamo l’archiviazione e la trasmissione dei nostri saperi, fornendo servizi alternativi laddove già esistano, per poi rivedere l’investimento economico diretto verso le grandi aziende che forniscono questi servizi: spesso infatti le tariffe che l’università deve pagare diventano più alte di anno in anno proprio per la mancanza di un sistema alternativo che possa essere concorrenziale. Ciò significa che ogni anno l’università spende sempre di più per ottenere i medesimi servizi.

Ma cosa vuol dire software libero?

Si tratta di programmi la cui licenza stabilisce il diritto a leggere, modificare e condividere il codice sorgente da parte dello stesso utente. Avere un software libero significa anche avere un’opzione più aderente alle necessità specifiche della ricerca e della didattica. Se da un lato in UniPi la VPN, l’autenticazione, il drive, le e-mail e le videochiamate sono software proprietari, ci sono, per fortuna, già alcuni esempi positivi di software libero in ateneo: “Indico” per l’organizzazione di eventi, “Overleaf” per la scrittura di documenti in LaTeX. Questi software sono stati implementati su richiesta di alcuni dipartimenti scientifici dove la loro sperimentazione era già avviata da diversi anni.

Ci sono, in effetti, sostituti più liberi per molti dei servizi necessari per il buon funzionamento dell’università: “Big Blue Button” per le videochiamate e le registrazioni (di cui offre un’istanza anche il GARR), “Mastodon” e “Bluesky” al posto di “X”, che a quanto pare UniPi continua ad usare nonostante l’acquisizione di Musk. Le alternative sono molte e se guardiamo a cosa succede in altri grandi paesi europei, scopriremo che sono anche molto utilizzate In Svizzera tutta la pubblica amministrazione utilizza solo software open source, in Germania la maggior parte delle università hanno già abbandonato X, in Francia il governo ha appena abbandonato Windows in favore di Linux a livello istituzionale e i burocrati europei hanno deciso di abbandonare WhatsApp; la sovranità digitale e l’indipendenza tecnologica stanno finalmente diventando un tema sentito sia ai piani alti europei che a livello popolare.

Perciò, chiediamo che l’ateneo inizi ad ascoltare le voci della sua comunità sulla questione dell’autonomia digitale nell’educazione e nella ricerca, temi su cui sono attivi a livello divulgativo e di offerta di servizi alternativi diversi gruppi di studentɜ e docenti all’interno dei nostri dipartimenti. Non possiamo permetterci di continuare a fidarci ciecamente dei valori e delle decisioni di queste mega-aziende, fingendo che questi siano magicamente compatibili ed allineati con le necessità e i diritti dellɜ studentɜ e della ricerca, dobbiamo invece sperimentare di più con la costruzione di infrastrutture indipendenti dagli oligopoli digitali.

Vogliamo infine che vi sia una riorganizzazione delle piattaforme di Ateneo, favorendo una maggiore uniformità e organicità. Vogliamo la creazione di una piattaforma unica che contenga tutto il materiale didattico dell’Ateneo e consenta di segnalare errori e fare suggerimenti. Crediamo anche che si debba andare verso una maggiore omogeneità tra dipartimenti, dato che al momento i portali dei singoli dipartimenti non sono collegati tra loro e questo genera confusione dal punto di vista organizzativo. 

Chiediamo quindi:

  • che l’Ateneo si impegni ad utilizzare sempre più piattaforme libere a scapito di quelle proprietarie;
  • la progressiva sostituzione delle piattaforme online affidate ad aziende terze con servizi open-source gestiti da UniPi;
  • la creazione di un portale unico di Ateneo per il materiale didattico e che l’Ateneo promuova attivamente l’uso di questa piattaforma;
  • l’implementazione sistematica dello strumento delle registrazioni come materiale didattico;
  • che l’Ateneo si impegni nell’utilizzo di materiale digitale con licenza open access.

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Vivere gli spazi

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Da sempre come Sinistra Per… portiamo avanti una campagna volta alla riappropriazione degli spazi da parte della componente studentesca.

Siamo contrari all’idea per cui le nostre aule siano utilizzate esclusivamente come luogo di didattica frontale o dove sostenere gli esami. L’università deve darci i mezzi formali e sostanziali per formarci come persone, coltivare la socialità e arricchire la collettività. 

Per questo riteniamo indispensabile garantire la presenza di spazi realmente adibiti alla vita studentesca, anche in senso ricreativo e aggregativo. E’ proprio la presenza di questi luoghi che, stimolando occasioni di confronto alla pari, permette di riportare l’esperienza universitaria da individuale a collettiva e permette la formazione di una comunità.

Per questo non ci basta avere solo aule studio: servono luoghi in cui costruire socialità, organizzare attività culturali e in generale iniziative che contribuiscano al benessere di chi vive l’università ogni giorno. Non vogliamo essere soltanto utenti che usufruiscono di un servizio, ma parte attiva di una istituzione in cui a livello numerico siamo la componente maggioritaria.

In questo senso, gli spazi autogestiti sono strumenti concreti attraverso cui la comunità studentesca torna ad essere protagonista della vita universitaria.

Nel nostro Ateneo sono presenti esperienze virtuose di autogestione che permettono la piena espressione e realizzazione dei singoli e della comunità studentesca, anche al di fuori di logiche di dominio istituzionalizzato.

Per quanto riguarda gli spazi dedicati allo studio, è necessario garantire che questi siano adeguati, accessibili e ben mantenuti. Vogliamo aule studio più capienti, con prese elettriche e con la rete di Ateneo funzionante, e in edifici sicuri dal punto di vista strutturale.

Vogliamo posti dove studiare all’aperto, aumentando il numero di casottini elettrificati dove già presenti o prevedendone dove ancora non ci sono.

Gli spazi devono essere accessibili anche in termini di abbattimento di tutte le barriere architettoniche: l’Università di Pisa al momento presenta gravi carenze al riguardo, che costringono persone con mobilità ridotte a vivere situazioni di grave disagio. Non tutte le aule prevedono una disposizione dei posti che permetta di seguire agevolmente lezione, alcuni poli ancora non prevedono rampe agibili e ci sono casi di ascensori non messi a norma.

Per questo chiediamo:

  • Aumento dei posti nelle aule studio e dei loro orari di apertura;
  • Creazione di spazi dedicati alla comunità studentesca, anche in senso aggregativo;
  • Valorizzazione degli spazi autogestiti, in Università e in Città, come luogo di lotta, formazione sociale, e diffusione della cultura;
  • Miglioramento delle infrastrutture di Ateneo, dalle prese elettriche alla rete internet;
  • Nuovi spazi per studiare all’aperto o, dove sono già previsti, l’aumento delle postazioni elettrificate;
  • Riqualificazione degli immobili dell’Ateneo inutilizzati e loro destinazione a spazi per la comunità studentesca;
  • Manutenzione costante degli immobili attualmente in uso.

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Diritto allo Studio

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Il diritto allo studio universitario in Toscana è stato, storicamente, uno dei fiori all’occhiello del diritto allo studio del Paese. Si tratta di una delle regioni che ha avuto, nel corso del tempo, alcune delle maggiori garanzie per la comunità studentesca. La situazione ha iniziato a vedere un lento peggioramento quando, nel 2021, il governo della regione diminuì il numero di risorse direttamente trasferite per fare fronte ad una situazione di bilancio non particolarmente favorevole, trasferendo sul Fondo di Solidarietà Europeo una parte delle risorse. Nel 2023, per evitare il collasso della sanità regionale, venne deliberato un ingente aumento delle tariffe della ristorazione universitaria. Ad oggi, nel 2026, la fine del PNRR rischia di portare il sistema toscano al collasso, questo perché contestualmente alla fine del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza non sembra delinearsi un corrispondente impegno da parte dello Stato nel sostituire questi finanziamenti. 

Da questo deriva una situazione incerta e instabile, che mette a rischio l’accesso all’Università ad una grande fetta di popolazione. Nel corso dei prossimi anni infatti, tante delle garanzie date dal DSU in Toscana potrebbero essere annullate: lo notiamo dall’aumento delle tariffe delle mense e dalla chiusura delle stesse in alcuni orari della giornata, dal rischio di vedere nel prossimo futuro persone idonee non beneficiarie di borsa di studio.

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Borse di Studio

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Le borse di studio sono uno degli strumenti in cui maggiormente si articola il diritto allo studio. Negli ultimi anni la platea di chi può usufruire della borsa è aumentata. Le difficoltà di bilancio all’orizzonte rischiano, tuttavia, di farci regredire ad una situazione addirittura peggiore rispetto a quella precedente lo stanziamento del PNRR. Noi riteniamo imprescindibile la strenua difesa dell’attuale numero di borsistɜ. L’attuale sistema di erogazione delle borse di studio prevede, in parte, criteri meritocratici. Da due anni a questa parte la regione ha voluto prevedere un sistema di calcolo nuovo per la definizione della graduatoria, preparando la strada, di fatto, all’inserimento della figura dell’idoneǝ non beneficiariǝ. Ad oggi, per le persone iscritte ad anni successivi al primo, sarà il numero di CFU ottenuti a determinare il mantenimento o meno del proprio diritto a studiare. La nuova formula di definizione della graduatoria, infatti, prevede che il rapporto tra CFU conseguiti su quelli da conseguire avrà un peso dell’80% nel determinare la posizione in graduatoria. Le misure meritocratiche diventano tanto più stringenti quanto minori sono i finanziamenti. 

Ma questo non è sufficiente. Un autentico passo in avanti sarebbe l’istituzione di un vero e proprio reddito di formazione, per garantire a ciascunǝ la possibilità di emancipazione e non necessaria dipendenza dal proprio nucleo familiare. 

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Mense

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Il sistema della ristorazione universitaria Toscana eroga complessivamente 3,175 Milioni di pasti. Si prevede nei prossimi anni che il numero scenda a 2,2 Milioni. La mensa universitaria ha un ruolo molto importante in quanto rappresenta per migliaia di studentɜ una delle occasioni sociali più importanti nella vita studentesca. Rappresenta anche un’alternativa alimentare importante, sana e più completa rispetto alle alternative presenti in città. La qualità della mensa è, oggettivamente, migliore rispetto a quella delle alternative a costi comparabili. Questo prima dell’aumento delle tariffe quando, l’innalzamento voluto dalla regione, ha collocato la mensa in una fascia di prezzo superiore a parità di servizio erogato, non aumentando tuttavia la qualità del servizio offerto. Questo ha creato un effetto percepito di peggioramento del servizio. 

Il drastico aumento delle tariffe a mensa ha colpito direttamente le componenti studentesche di tutte le università e istituzioni AFAM (Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica) toscane. A pagare il prezzo previsto per la fascia massima (8,50€ sopra i 100.000€ di ISEE-U) sono state anche la componente studentesca Erasmus,  internazionale, dottoranda e assegnista, oltre a coloro che non presentano l’attestazione ISEE-U per l’agevolazione delle tariffe, che già solo a Pisa ammontano quasi al 50% della componente studentesca. 

La regione Toscana ha utilizzando l’argomentazione ingannevole di un mantenimento inalterato dei costi della mensa per le fasce ISEE più basse deresponsabilizzandosi e giustificando così l’aumento delle tariffe per le altre fasce ISEE, arrivando fino all’irragionevole costo di 8,50€ a pasto, prezzo che sale a 9,90€ per il personale TA, la componente docente, ricercatrice, oltre che per lo stesso personale esternalizzato della mensa. Nel 2025 il CdA del DSU ha approvato, anche per frutto della pressione esercitata dalle comunità studentesche, una serie di abbonamenti per la mensa. Queste non sono soluzioni definitive

Questa strategia di differenziazione nei costi comporta un impatto significativo: continuerà a usufruire del servizio mensa chi può avere un pasto a un prezzo accessibile, mentre si spinge chi ha un ISEE-U più elevato (o rientra negli altri casi di cui sopra) a rinunciare a questo servizio, orientandosi invece verso opzioni private e contribuendo a svuotare la domanda pubblica. In una direzione opposta è andato il tentativo di istituzione degli abbonamenti, ma rimane ferma una necessità: il numero dei pasti erogati non deve aumentare per non gravare ulteriormente sul bilancio dell’azienda. 

La regione Toscana deve fare un passo indietro più coraggioso: il nostro obiettivo minimo è il ripristino delle tariffe precedenti, che rappresenta un primo passo verso l’obiettivo ultimo di un diritto allo studio universale e reale. Per ottenerlo, vogliamo che la regione Toscana ripristini gradualmente quanto in questi ultimi anni ha distrutto: un sistema di welfare studentesco che poteva essere considerato tra i migliori e i più efficienti d’Italia e che il governo di questa regione ha lentamente eroso. 

Vogliamo un servizio gratuito per la componente studentesca in No Tax Area e una tariffa unica di 2,80€. Questi devono essere i passi intermedi per poter arrivare, gradualmente, alla gratuità totale del servizio. Il servizio mense tuttavia ha necessità, per poter funzionare, delle persone che ci lavorano. La mancanza di finanziamenti rischia di colpire nel concreto chi lavora nella mensa e questo si andrebbe a ripercuotere molto negativamente sul servizio offerto. Per tutelare il servizio serve prima di tutto tutelare chi vi lavora.

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Abitare e Residenze

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Il numero di persone appartenenti alla componente studentesca fuori sede in Toscana è ingente, oltre 29mila*, e nella sola città di Pisa costituisce più del 27% della componente studentesca. Solo una parte delle persone che vive a Pisa è alloggiata in residenza, per la precisione circa 1.500 persone. (che corrisponde al 42,9% dellɜ borsistɜ fuorisede aventi diritto al posto alloggio).

Il numero totale dellɜ alloggiatɜ è fondamentalmente statico da diversi anni, una politica di ampliamento delle residenze ambiziosa dovrebbe arrivare a coprire, in potenza, il 100% dellɜ borsistɜ, cioè prevedere un numero di alloggi pari almeno a quello dellɜ borsistɜ. Può sembrare un obiettivo ambizioso, ma occorre ricordare come chi ha la borsa di studio appartenga alle fasce ISEE più basse e abbia quindi meno mezzi a propria disposizione per il sostentamento. Questo costituirebbe, tuttavia, solo un primo passo, per poi proseguire con l’obiettivo di raggiungere un numero di posti letto superiore a quello di chi usufruisce della borsa di studio. Posti letto supplementari nelle residenze universitarie potrebbero essere messi a disposizione a prezzi estremamente calmierati, se non gratuiti, al resto della componente studentesca, anche con lo scopo di contrastare l’aumento dei prezzi di mercato delle camere.

L’aspetto fondamentale della residenzialità pubblica se confrontata con altre forme di residenzialità studentesca, come quella degli studentati di lusso o al contrario della creazione di nuovi immobili voluti dai gruppi industriali di una determinata città, è che non mira alla creazione di profitto, ma a garantire un diritto, assolve cioè solamente ad una funzione pubblica e sociale. Sarebbe tuttavia limitante pensare che in una città con circa 50.000 studentɜ si possa soddisfare la totalità del bisogno abitativo solo tramite la creazione di studentati pubblici. Prendere una stanza in affitto è ancora oggi, per la maggioranza dellɜ universitariɜ fuori sede, una scelta necessaria.

Il mercato degli affitti di Pisa offriva fino a pochi anni fa una qualità della vita vantaggiosa rispetto alla spesa richiesta, soprattutto quando erano in vigore una serie di strumenti che venivano incontro alle esigenze della comunità studentesca. Oggigiorno questo quadro è molto mutato: l’enorme afflusso turistico e l’arrivo sul mercato di un modello di affitto a breve termine e particolarmente indicato per dare una risposta alle esigenze del turismo ha iniziato ad incidere notevolmente sulla disponibilità di alloggi in città e sul conseguente prezzo delle camere. 

A questo si deve aggiungere come un certo numero di immobili, detenuti da privatɜ, siamo volontariamente e scientemente tenuti sfitti. Questo finisce per andare a discapito di chiunque voglia venire a vivere in città. L’unione di questi due aspetti ha causato, in alcuni quartieri, un aumento dei prezzi molto ingente rispetto a 10 anni fa. Sono urgenti nella nostra città politiche abitative nuove e coraggiose.

Il contributo affitto rappresenta per molte persone un utile strumento per fare fronte alla necessità di pagare il proprio alloggio: se è utile per lǝ locatariǝ tuttavia, non può essere considerato uno strumento risolutivo del problema. 

Prima di tutto perché spesso si tratta di un contributo erogato ex post e non ex ante e che non tiene conto dell’enorme sottobosco di affitti non regolari che si trovano nelle città universitarie. I contributi affitti inoltre non agiscono sulla radice profonda del problema e cioè sull’aumento del costo degli affitti. 

Politiche in grado di agire sulla radice del problema sono quelle che mirano a calmierare il costo degli affitti quali: lo strumento del canone concordato, l’adozione di una legislazione locale che miri a ridurre la possibilità di creare locazioni a breve termine, una limitazione al fenomeno degli airbnb. Sono altresì necessarie misure quali: l’aumento del numero di case popolari e il loro effettivo e migliore utilizzo, la limitazione degli student hotel e l’aumento degli studentati pubblici, l’adozione di strumenti che limitino la possibilità per lɜ, grandɜ proprietariɜ di immobili di tenere sfitte le camere o l’introduzione di un calmiere degli affitti. Tutte queste sono proposte che in questi anni sono state da noi portate ma che non hanno ancora avuto un sostanziale riscontro. 

* A.a. 2024/2025 – Elaborazione Dati Ustat.Mur, dataset Numero di studenti iscritti per regione di residenza, regione della sede didattica del corso di studio e classe di laurea – serie storica a partire dall’a.a. 2010/2011

https://dati-ustat.mur.gov.it/dataset/iscritti/resource/42446e78-9baa-4c82-9c56-251ce43654f4

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Lotta alle esternalizzazioni

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Per un ente pubblico, esternalizzare un servizio significa appaltarne lo svolgimento a una ditta, spesso cooperativa, terza. Si tratta di una piaga che da tempo affligge un servizio pubblico sempre meno finanziato: appaltare un servizio costa meno rispetto ad assumere personale addetto e comporta minori responsabilità per l’ente che decide di farlo.

Le condizioni di lavoro del personale, inoltre, sono peggiori: gli stipendi sono mediamente più bassi rispetto a quelli di chi svolge lo stesso servizio ma ha un contratto di assunzione diretta. Minori sono anche le tutele sul luogo di lavoro, a cui si aggiunge una situazione di forte precarietà contrattuale.

In Università, questo fenomeno è molto diffuso: esternalizzato è parte del personale delle biblioteche, della portineria, così come nelle mense e nelle residenze.

Come Sinistra Per… ci opponiamo a ogni forma di esternalizzazione: esternalizzare mette nelle mani del privato un servizio che dovrebbe essere di competenza della Pubblica Amministrazione. 

Per ragioni simili, rifiutiamo anche le forme di partenariato pubblico-privato, di cui è grande esempio la residenza Praticelli.

Crediamo che se un ente ha in carico un servizio, questo debba prendersi la responsabilità di garantirlo attraverso proprio personale, investendo su politiche di assunzione e stabilizzazione dei contratti in essere.

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Preso atto dello stato di residenze, mense e di tutti i servizi connessi al DSU, chiediamo:

  • La reintroduzione della borsa servizi per chi presenta condizioni economiche svantaggiate ma non rientra nei criteri della borsa di studio;
  • Il ritorno alla precedente tariffazione della mensa;
  • La revisione dei criteri economici di accesso e dei criteri di mantenimento (numero di CFU) della borsa di studio;
  • La realizzazione di spazi all’aperto e nelle mense dove poter consumare il pasto portato da casa;
  • La realizzazione di mense che possano essere frequentate da chi studia in poli distaccati.

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Pari opportunità

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La nostra società è costruita su sistemi oppressivi e l’Università non ne è che uno specchio: amplifica, mantiene e ricrea le sue strutture violente e prevaricatrici, concedendo spazio per crescere e vivere solo a chi rientra a pieno nel modello ciseteronormato e abile che costantemente ci viene imposto. 

Vogliamo, invece, che l’Università sia uno spazio di liberazione dei saperi e di autodeterminazione delle coscienze, da cui possa partire un’azione trasformativa delle radici stesse del sistema, che sia un luogo sicuro e stimolante, dove tutte le esperienze e le soggettività si sentano capaci di contribuire alla riscrittura di un mondo a loro misura. 

Tali esperienze infatti vengono spesso dimenticate da una lettura troppo rigida e binaria della definizione di “Pari Opportunità”: il nostro Comitato Unico di Garanzia, come tanti altri enti che millantano di avere a cuore l’interesse dei gruppi sociali più marginalizzati, ha una visione stretta ed escludente dell’ambito in cui dovrebbe agire. 

Le azioni intraprese, infatti, sono spesso cerotti su ferite profonde, incapaci di considerare la vera portata dei problemi che affliggono il sistema universitario in generale e la nostra università in particolare: conferenze, eventi, rassegne e iniziative, per quanto importanti, risultano insufficienti e manchevoli di fronte alla cultura di sopruso che permea i nostri ambienti. Vogliamo soluzioni nette a questioni concrete, non concetti approssimativi e risposte indifferenti. 

Viviamo in un Ateneo in cui soprusi e molestie sono all’ordine del giorno, in cui la violenza (di genere e non) è così formalizzata da non essere neanche percepita: come rappresentanza studentesca abbiamo preso parte a un Gruppo di Lavoro su Molestie e Violenza di Genere che, a fine 2024, ha prodotto e diffuso un questionario per indagare come le varie sfaccettatura che la violenza può assumere, da quella economica a quella fisica e psicologica, colpiscono tutte le persone che attraversano i nostri spazi. Ma già allora eravamo consapevoli che un questionario del genere, se non è seguito da proposte e soluzioni reali, non svela nessun mistero che non sia già stato denunciato centinaia di volte. 

Vogliamo che la componente studentesca, docente, tecnica, amministrativa, bibliotecaria e esternalizzata sia non solo tutelata, ma formata affinché si possano rendere più sicuri gli spazi che attraversiamo, per un annullamento degli episodi violenti in ogni loro forma, a partire dalle micro aggressioni che molto spesso vengono banalizzate e ignorate dai loro autori. 

Vogliamo che le nostre denunce vengano ascoltate, supportate e rispettate. Non vogliamo silenzio complice, soprattutto se il silenzio proviene da chi dovrebbe rendere l’università uno spazio safe, ovvero l’amministrazione, lɜ docenti e l’Ateneo stesso. 

L’unico avanzamento sostanziale che l’Ateneo è riuscito a fare negli ultimi anni è stata l’approvazione, su nostra spinta, della carriera alias, un protocollo di semplice applicazione che consente a persone trans e non binarie di avere nuovi documenti di riconoscimento, come il badge universitario, riportante il nome di elezione in sostituzione del nome anagrafico. 

Sono passati ormai 8 anni dall’approvazione della carriera alias, ma tutt’ora moltɜ studentɜ che ne usufruiscono, denunciano le problematiche che sono costrettɜ ad affrontare: da liste elettorali non corrette (come nel caso del CNSU) a disfunzioni del sistema, un procedimento che potrebbe essere veloce e indolore risulta pieno di ostacoli.

Sono anni che chiediamo bagni realmente neutri, che non risultino ghetti per chiunque non si conformi al binarismo di genere. Dopo mille battaglie, l’Ateneo si è limitato a mettere delle misere etichette di fronte ai gabinetti. Queste etichette sono durate poco e c’è chi ha colto la palla al balzo per ostacolare l’implementazione dei bagni neutri con motivazioni becere.

Vogliamo che le nostre istanze e i nostri bisogni non vengano derisi, resi oggetti di polemiche sterili e provocazioni inutili. Abbiamo bisogno di una riflessione radicale sul ruolo dell’Università e della sua complicità nel perpetuare stereotipi e comportamenti violenti verso soggettività che dovrebbe valorizzare e tutelare. Vogliamo un sapere libero e alla portata di tuttɜ. Non siamo e non vogliamo essere vittime da consolare, ma corpi, esperienze, idee e menti libere dai gioghi patriarcali, libere dalla paura costante di essere violate, attaccate e messe in pericolo. 

Per questo chiediamo: 

  • Una revisione del codice etico e l’adozione di regolamenti che sappiano rispondere a casi di molestie e violenze;
  • Bagni veramente gender neutral;
  • Formazione per tutta la comunità accademica per riconoscere la violenza sistemica, che non banalizzi le micro aggressioni;
  • Una maggiore diffusione dei distributori di assorbenti.

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Centri antiviolenza

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Un ripensamento radicale dell’università non basta se non è seguito da azioni volte a trasformarla progressivamente: la tutela deve esistere non solo da un punto di vista formale, ma anche sostanziale. Ci chiediamo, dunque, come l’UniPi tuteli le persone vittime di violenza attuata proprio all’interno delle sue mura e quali siano i protocolli che attua nei confronti di chi questa violenza la perpetra.

I tre Atenei pisani, per rispondere a questa necessità, hanno creato uno sportello contro la violenza di genere dedicato proprio alla comunità universitaria. Tale centro è un luogo sicuro a cui potersi rivolgere, ma per sua genesi e struttura non riesce a rispondere adeguatamente a tutti i bisogni della comunità. 

Crediamo fermamente nell’implementazione di percorsi di giustizia trasformativa, approcci collettivi per la gestione delle violenze, in cui le vittime vengono tutelate ed allo stesso tempo ascoltate.

In un sistema in cui cerchiamo ancora di porre l’onere della prevenzione sulle vittime e non formiamo le persone su cosa sia la violenza, è evidente la necessità di un CAV.

Vogliamo un CAV di Ateneo che si dedichi alla formazione come strumento di prevenzione della violenza e che fornisca tutele concrete quando essa viene perpetrata.

Vogliamo un CAV a cui chiunque si possa rivolgere, a prescindere dal proprio genere o ruolo all’interno dell’università, nella quale si trovino diverse figure formate su come rispondere alle denunce di violenza. Non vogliamo giustizialismo o soluzioni spicciole, ma spazi di ascolto e comprensione.

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Studentɜ genitorɜ

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La categoria di studentǝ genitorǝ viene, da diversi anni, ignorata o mal considerata dall’Ateneo e dal DSU, che non comprendono a pieno le sfide che affrontano coloro che si trovano a svolgere mansioni di cura. A partire dalla situazione non ottimale di chi, borsista e con figlɜ a carico, vive ogni giorno nelle Residenze Universitarie, che non prevedono spazi e strumenti adeguati per la cura dellɜ, fino ad arrivare alla mancanza di fasciatoi nei nostri bagni e alle poche e costose convenzioni con asili locali.

Ci siamo fattɜ portatorɜ di queste istanze sia nelle sedi del DSU che in quelle d’Ateneo, ma abbiamo riscontrato una forte difficoltà nel distaccarsi da una visione binaria del ruolo di cura, in cui “la madre” e “il padre” rappresentano monoliti inscalfibili nei loro compiti e nelle loro funzioni.  

Vogliamo che le tutele attualmente riservate alla maternità siano estese alla genitorialità: solo una concezione più ampia della stessa può aiutare sia a riconoscere lo spettro delle esperienze umane, sia a evitare la segregazione di chi, a causa della sua socializzazione di genere, viene oberatx dal compito di crescere lɜ figlɜ e quindi – storicamente – esclusɜ dai luoghi del sapere. 

Per questo chiediamo:

  • L’identificazione di spazi che siano adeguati alle esigenze della genitorialità; 
  • L’estensione delle tutele riservate alla “maternità” ad un contesto più ampio di “genitorialità”;
  • Inserimento di fasciatoi nei bagni dell’Ateneo;
  • Forme di tutela per chi segue laboratori e tirocini obbligatori, per coniugare genitorialità e studio.

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Studentɜ internazionali

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Qual è il ruolo che intendiamo dare noi all’internazionalizzazione? Non è una domanda banale, c’è chi vede l’internazionalizzazione solo come un modo per fare curriculum o per ottenere guadagno. Noi crediamo invece che debba essere, tra le altre cose, uno strumento per la creazione di una comunità transnazionale, la quale possa avere la possibilità di produrre un sapere che tenga conto di una prospettiva globale e non provinciale, che abbia ricadute anche sulla didattica.

Una parte significativa della nostra popolazione studentesca è caratterizzata da persone che dall’estero si iscrivono presso la nostra università. L’Ateneo non può ignorare il ruolo di emancipazione economico-sociale che può avere per chi proviene da Paesi periferici rispetto ai centri economici del mondo, o che scappano da dolorose situazioni di oppressione politica e sociale.  Dovrebbe occuparsene lo Stato, ma l’Università non può tirarsi indietro quando esso rinuncia ad assumersi questa responsabilità.

La pluralità delle componenti che compongono il nostro sistema è estremamente positiva; ma riteniamo che la partecipazione della comunità studentesca internazionale non sia sufficiente se assunta solo come impegno formale. Spesso la comunità studentesca straniera si trova ad affrontare delle sfide molto impegnative che vanno dalla richiesta del visto, per chi viene dall’area extra UE, alla ricerca di un alloggio.

Durante gli anni abbiamo mantenuto un rapporto con le varie realtà territoriali che si occupano dell’accoglienza di studentɜ internazionali e con questɜ ultimɜ, purtroppo la situazione è molto più complessa di quanto traspaia. Ci giungono testimonianze di studentɜ internazionali che non trovando un alloggio, sono statɜ costrettɜ a dormire in Stazione o per strada.

La mancanza di politiche di integrazione, che siano sia a livello formale che a livello sostanziale, continua ad alimentare circoli viziosi, partendo appunto dai padroni che casa che decidono di non affittare alla comunità internazionale, costringendola a misure estreme o a interventi di associazioni di accoglienza, i cui fondi però sono molto limitati.

Il razzismo e le discriminazioni non si fermano solo all’alloggio, ma sono intrinseche delle dinamiche cittadine e dentro l’università. Basti pensare ai controlli “casuali” che le forze dell’ordine effettuano su chi per loro non è bianco abbastanza, all’accanimento dei controllori sugli autobus nei confronti di persone razzializzate, all’emarginazione all’interno delle aule non solo da parte di pari, ma anche da parte dei docenti.

Le barriere linguistiche sono un altro esempio di una dinamica che va ad acuire la distanza tra le comunità e che finisce per isolare le persone, oltre a creare una grossa difficoltà nella comprensione del materiale didattico.

Riteniamo che ci sia un’urgente necessità di costruzione di un welfare che tenga conto di tutte queste situazioni, ma che possa comunque essere universale e risolvere problemi che qualunque altrǝ studentǝ possa incontrare, come per esempio il supporto all’ingresso nel mondo del lavoro, necessario per creare indipendenza in mancanza di interventi strutturali di Stato e Regione. Uno degli aspetti affrontabili è, nel breve termine, una serie di disposizioni, che permetta un’integrazione a 360° della componente internazionale, che permetta loro di non avere difficoltà, legate al razzismo, a trovare un alloggio e imparare una lingua, oltre a politiche integrative.

Una parte della componente docente parla della componente internazionale come se fosse una leva per incrementare i fondi, creando corsi ad hoc per “attirare” il più possibile chi viene da fuori dall’Italia, interessandosi solo alla condizione di vita della comunità straniera soltanto quando emergono problemi che coinvolgono docenti e governance, o quando siamo noi a far emergere elementi da tenere sott’occhio. Questi problemi spesso vengono affrontati assumendo decisioni che rendano ad escludere o a disincentivare l’accesso dei membri di questa comunità.

Noi vogliamo un ripensamento generale, ci siamo sempre battuti per una migliore inclusione e continueremo a farlo. 

Per questo chiediamo 

  • Corsi gratuiti di lingua italiana;
  • Incentivare la creazione di materiale didattico (accessibile), come ad esempio dispense e lezioni registrate e trascritte;
  • Piattaforme DSU multilingue, bandi scritti in più lingue oltre a quelle già presenti;
  • Organizzazione di spazi informali di socialità;
  • Ripensamento dei Foundation Course e dell’IPH;
  • Dialogo diretto con l’Ufficio Studenti Internazionali per la comprensione dei bisogni reali;
  • Una maggiore cooperazione tra istituzioni e associazioni per fare fronte al Forte disagio vissuto dalla comunità internazionale.

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Libertà di culto

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La città di Pisa, come molte città universitarie e non, è popolata da numerosi gruppi etnici e religiosi che da anni reclamano il diritto di poter esercitare liberamente il proprio culto. Purtroppo, questa esigenza si è sempre scontrata con una politica xenofoba e razzista, che, in piena contrapposizione con i principi di laicità e uguaglianza sanciti dalla nostra Costituzione, ha ostacolato la costruzione di una Moschea nelle zone limitrofe alla città. Una lunga vicenda legale ha contrapposto le istanze popolari alla governance del Comune, risultata poi in una vittoria del ricorso al Tar: nonostante il progetto sia in cantiere da anni, però, di questo spazio di preghiera non c’è ancora l’ombra. 

L’Università dovrebbe farsi promotrice di politiche inclusive e impegnarsi per tutelare tutte le persone che la attraversano: da anni la componente studentesca richiede spazi neutri dedicati al culto privato, sulla scia di quelli già presenti in altre Università, come quella di Firenze. 

Chiediamo, quindi, un luogo dove ogni soggettività è libera di esprimere la propria spiritualità al di là dei confini della tradizione religiosa egemone, sempre nel rispetto dei principi di laicità.

Inoltre, il calendario didattico dell’Ateneo tiene conto delle festività della tradizione cristiana cattolica, trascurando quelle legate ad altre religioni, abramitiche o meno. Questa scelta rafforza l’egemonia culturale della fede cristiana,cardine di politiche reazionarie care ai partiti di Governo. 

Vogliamo una maggiore attenzione nei confronti di coloro che professano religioni non cristiane o vivono una spiritualità alternativa per rendere l’Università veramente accessibile e rispettosa di tutte le persone che la vivono.

Per questo chiediamo: 

  • Di identificare uno spazio multiconfessionale in Ateneo;
  • Di valorizzare le festività di altre religioni presenti in Ateneo tramite iniziative culturali e tramite una valorizzazione nel calendario accademico;
  • Valorizzare i principi di laicità all’interno dello spazio universitario.

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Vivere la città

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Come componente studentesca che vive in un contesto cittadino, abbiamo il diritto di rivendicare la nostra presenza e la nostra vivacità nelle strade della Città.

Viviamo in un contesto che prescinde dai confini fisici dell’Università, dobbiamo poter trovare proprio nella Città e nei servizi che essa offre le tutele e le opportunità di socialità e aggregazione di cui abbiamo bisogno.

Negli anni, invece, le politiche del Comune di Pisa non hanno favorito in alcun modo la comunità studentesca, nonostante questa rappresenti un terzo della popolazione cittadina.

Subiamo una marginalizzazione fisica: l’offerta culturale in Città è carente, il nostro svago è subordinato al consumo e il turismo viene usato come giustificazione per spingere la popolazione residente fuori dal centro storico. Più recenti, ma comunque persistenti, le ordinanze antimovida promosse dal Comune, che hanno svuotato le piazze di Pisa, in nome della preservazione del “decoro” cittadino. Un esempio lampante è Piazza dei Cavalieri: prima della pandemia come ritrovo e spazio aggregativo di tutta la cittadinanza, ora durante il giorno si popola di turisti, mentre al calar del sole diventa un deserto di cemento.

Allo stesso tempo, subiamo una marginalizzazione politica: limitato è il potere decisionale della componente studentesca sulle politiche cittadine e del territorio, mancando a tutti gli effetti un concetto di “cittadinanza studentesca” e di conseguenza, i diritti che ne derivano.

Nonostante la chiusura dell’Amministrazione comunale, negli ultimi anni abbiamo presentato proposte per risolvere i problemi della comunità studentesca sul tema dell’integrazione tra Università e Città. Come rappresentanza studentesca, facciamo parte della Conferenza Università Territorio (CUT), sede in cui abbiamo ottenuto ad esempio le agevolazioni per i trasporti e l’assistenza sanitaria per fuorisede. Ma dobbiamo continuare a rivendicare il nostro diritto alla partecipazione e alla cultura: riteniamo per esempio che l’accesso a musei e cinema debba essere gratuito.

In parallelo a questo, dobbiamo essere anche noi come componente studentesca a fare e condividere cultura. Concerti, conferenze e eventi ricreativi sono solo alcuni dei modi con cui riempire gli spazi della nostra Università e di Pisa. Come Sinistra Per… organizziamo ogni anno il Pisa Rock Festival, spazio dove dare risalto a band affermate ma anche emergenti, composte da chi in primo luogo studia in questo Ateneo! A questo si aggiungono eventi, workshop, pubblicazioni e riviste scritte dalla stessa componente studentesca.

Per questo chiediamo 

  • Una piena valorizzazione della “cittadinanza studentesca”, promuovendo prima di tutto il diritto al voto fuorisede;
  • Un superamento delle politiche “anti-movida” che finiscono soltanto per ledere la libertà della comunità studentesca;
  • Maggiori convenzioni con musei e Cinema per chi studia all’università di Pisa;
  • Un modello di socialità alternativo e che non sia legato soltanto al consumo.

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Sport e CUS

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Lo sport, prima ancora di essere un momento di interazione e socialità, è uno strumento di integrazione sociale: è un diritto che dobbiamo tutelare e rendere accessibile a tuttɜ, allontanandoci dalle logiche elitarie del mercato moderno. 

Negli anni abbiamo analizzato l’accessibilità delle infrastrutture e la disponibilità dei materiali e dei corsi del CUS: abbiamo lavorato per risolvere i problemi di alcuni impianti, come il campo da hockey, da calcetto e la palestra, e abbiamo supportato il ripristino della convenzione con l’Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana (AOUP) per il certificato medico a costo agevolato per chi ha la tessera del Centro.

Lo sport, come qualsiasi altra attività non direttamente collegata a lezioni, esami e risultati,  viene messo in secondo piano dall’Università: gli orari delle lezioni e l’inesistente flessibilità degli insegnamenti e del corpo docente rendono difficile trovare il tempo per dedicarsi alle attività sportive. Siamo disincentivatɜ a praticare sport e come in tanti altri ambiti ci è richiesto di concentrarci solo ed esclusivamente sullo studio, senza avere la libertà di coltivare alcun tipo di hobby. Rivendichiamo il nostro diritto di poter dedicare tempo allo sport, anche a livello agonistico. La dual career, per quanto utile, risente sempre di una visione dell’attività sportiva ristretta: per poterne usufruire sono necessari risultati poco realistici, soprattutto per le pratiche meno mainstream. 

In questo senso, il CUS non sembra particolarmente interessato ad avvicinare le persone. Le sue problematiche sono sempre più evidenti, tra cui la mancanza di manutenzione delle strutture per praticare gli sport che offre.

Alla luce di tutto questo chiediamo:

  • Aggiornamento della convenzione per il certificato medico a prezzo agevolato con l’AOUP;
  • Manutenzione e aumento delle strutture e dei campi in cui praticare sport;
  • Ampliamento dell’offerta di corsi e tornei;
  • Ottimizzazione dei meccanismi di prenotazione degli spazi per sport amatoriali;
  • Miglioramento dei collegamenti con trasporto pubblico tra il CUS e il centro.

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Trasporti

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Come parte della comunità studentesca, sia pendolare, che in sede e fuori sede, riteniamo che il diritto allo studio non si limiti solo all’accesso alle aule universitarie, alla mensa e alle residenze, ma che sia fondamentale garantire la possibilità di raggiungerle.

Ci muoviamo da e verso l’Università a piedi, in bicicletta, con bus e treni, il trasporto pubblico rappresenta un fattore determinante per migliaia di pendolari. Abbiamo bisogno che questi funzionino al meglio.

Questo tema si lega strettamente alla nostra lotta ecologista: scegliendo alternative di trasporto sostenibili ci garantiamo un’aria più respirabile, la tutela dell’ecosistema e un’alternativa inclusiva per chi, per vari motivi, non può o non vuole usare un’auto dovendo percorrere anche lunghe tratte.

Molti pendolari si spostano quotidianamente da aree periferiche, spesso trascurate dalle priorità regionali. Una politica dei trasporti che ignora queste realtà crea disuguaglianze territoriali e penalizza proprio chi dovrebbe essere sostenuto. Non si può parlare di mobilità sostenibile senza politiche che la incentivino concretamente. Se vogliamo che il diritto allo studio sia davvero garantito, il trasporto pubblico deve essere considerato un servizio essenziale, non un’ulteriore spesa per una comunità già provata dall’aumento del costo della vita e dalla cronica mancanza di alloggi.

Nelle brevi distanze, invece, l’alternativa spesso è la bicicletta; un tempo esisteva CicloPi, un servizio di bike sharing che però è stato smantellato dal Comune perché definito “servizio in perdita”, che ha lasciato spazio a compagnie alternative eccessivamente costose.

La bicicletta è un’alternativa comoda per gli spostamenti quotidiani, ma senza una rete ciclabile adeguata resta un’opzione poco sicura. Nella realtà dei fatti spesso ci troviamo di fronte a strade dissestate e corsie ciclabili inesistenti: è necessario un investimento da parte del comune di Pisa per la realizzazione di ciclabili che siano sicure.

Nell’ultimo mandato, abbiamo vinto molte battaglie, delle quali tratteremo nella prossima sezione. 

Nell’ultimo anno, raccogliendo varie segnalazioni, abbiamo iniziato a studiare le problematiche del trasporto ferroviario: abbiamo portato le varie segnalazioni in Consiglio di Amministrazione e presentato una mozione in Consiglio Studentesco.

La situazione per molti versi è critica e la responsabilità è da affibbiare alla Regione. Il trasporto ferroviario è finanziato e gestito dalla regione, che sembra considerare degno solo l’investimento tra Firenze e Pisa, tralasciando altre zone.

Cosa abbiamo ottenuto?

Negli ultimi anni abbiamo avuto delle interlocuzioni con i vari enti che si occupano di mobilità, avanzando numerose richieste di miglioramento del trasporto pubblico. 

Abbiamo anche elaborato una proposta di efficientamento delle linee, raccogliendo feedback da parte della comunità studentesca che si sposta in autobus; l’ente preposto sta facendo uno studio di fattibilità, in quanto l’attivazione/rimodulazione delle linee è un costo per il Comune che non è detto voglia accollarsi.

Abbiamo chiesto il potenziamento della linea che porta verso San Piero a Grado, aumentando la frequenza delle corse verso il dipartimento di veterinaria, dove presto verrà trasferita tutta la comunità studentesca che studia in quell’area: sono state aggiunte delle corse, ma chiederemo di aggiungerne altre e prevedere nel futuro che venga raggiunta anche da tramvia. 

Allo stesso modo, abbiamo chiesto e ottenuto il potenziamento della linea 3+, che porta a Chimica e alla residenza di Praticelli, aggiungendo una fermata.

Le nostre necessità nei trasporti non riguardano solamente le tratte esistenti ma anche la tariffa: siamo riuscitɜ a ottenere scontistiche su abbonamenti mensili, trimestrali e annuali su base ISEE.

La battaglia sull’abbonamento annuale agevolato è una vittoria recente; attualmente le tariffe sono:

ISEE (sotto i 36000 euro): 14 euro (mensile), 40 (trimestrale) e 80 euro (annuale);

Ordinario: 22 euro (mensile) 55 (trimestrale) e 110 (annuale).

Cosa vogliamo?

Negli ultimi anni, il trasporto pubblico locale e regionale ha subito una rimodulazione ambigua: da un lato, un lieve miglioramento dell’offerta; dall’altro, un forte aumento dei costi

Questi rincari hanno, di conseguenza, colpito anche gli abbonamenti per raggiungere l’università, sia per chi studia “in sede”, lato servizio bus, sia per i pendolari, lato trasporto ferroviario. 

Per un breve periodo, lo Stato ha introdotto misure di welfare come il bonus trasporti, che hanno solo parzialmente attenuato i costi, rivelandosi però limitate sia nei fondi sia nella durata. 

Vogliamo che la regione garantisca un investimento a lungo termine e omogeneo sul territorio: oggi, le uniche misure per chi studia sono poche e si riducono alle convenzioni trasporti TPL nelle città universitarie, con uno squisito paradosso: a Firenze vengono stanziati circa 1,1 milioni di euro, mentre a Siena solo 20mila e a Pisa appena 50mila, nonostante il numero di studenti di UniFi e UniPi sia simile. Gli investimenti sugli abbonamenti dei treni sono pressoché inesistenti.

La comunità universitaria non vive solo nelle città universitarie, ma in tutta la Toscana e oltre, i collegamenti generalmente si limitano a 3 tratte principali, costringendo chi non vi rientra a continue peripezie per raggiungere Pisa. Questo è inaccettabile: vogliamo una rimodulazione dell’offerta ferroviaria in modo che possano essere garantiti collegamenti diretti e efficienti.

Regioni come Liguria e Piemonte hanno attivato convenzioni che riducono i costi degli abbonamenti, integrano diversi mezzi di trasporto e prevedono un contributo diretto delle istituzioni regionali. Ciò dimostra che la questione è squisitamente politica: si tratta di scegliere dove indirizzare le risorse. Vogliamo che la regione Toscana faccia una scelta chiara: servono investimenti stabili, il coinvolgimento degli enti locali e una riduzione effettiva dei costi degli abbonamenti.

Chiediamo infine, una rimodulazione dell’offerta ferroviaria. La Toscana non è solo Firenze; buona parte della comunità pendolare proviene dal nord della Toscana e Liguria, molte zone come la zona di Pontremoli, Pistoia e Prato spesso sono carenti di treni diretti, lasciando a chi ne usufruisce la valutazione di continuare a studiare a Pisa o dover andare in posti più accessibili, dove arrivare in università non è un’impresa ardua che implica lo stravolgimento dei tempi di vita per mancanza di collegamenti diretti. La nostra battaglia non finisce qui.
Abbiamo redatto un questionario per raccogliere le problematiche del trasporto pubblico, sia su rotaia che autobus. Vogliamo che Comune e Regione trovino soluzioni che possano essere a misura della comunità studentesca. 

Per questo chiediamo: 

  • Un investimento complessivo per il trasporto su rotaia;
  • Rimodulazione dell’offerta ferroviaria e agevolazioni sugli abbonamenti regionali come nelle regioni Liguria e Piemonte, ma senza limite d’età;
  • Abbonamenti agevolati per bike sharing;
  • Piste ciclabili che siano adatte in città;
  • Efficientamento delle linee e investimento da parte della regione per la TPL;
  • Forme di supporto che incentivino la scelta del trasporto pubblico.

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Diritto alla Salute

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Il benessere è per noi un concetto fondamentale. Come Sinistra per… vogliamo creare un’alternativa dove si possa mettere al primo posto il benessere collettivo.

Non possiamo ignorare il diritto alla salute: è aspetto che non riguarda solo la nostra vita universitaria, ma tutto il soggetto giovanile nel suo complesso. Raramente vediamo la salute dellɜ giovanɜ messa al primo posto.

Il diritto alla salute si declina concretamente in vari modi: sicuramente è necessaria la fruibilità dell’assistenza medica di base. A livello nazionale, se si è fuorisede si può accedere al medico di base nel luogo in cui si studia (o lavora) attraverso il domicilio sanitario. Ciò comporta il dover necessariamente rinunciare all’assistenza sanitaria di base nel Comune di residenza, oltre alla necessità di dovere rinnovare ogni anno questa forma di domicilio.

Per anni abbiamo lottato per avere una convenzione sanitaria per la comunità studentesca fuori sede, ottenendo questo importante risultato. Ma il nostro agire non può limitarsi soltanto a questo. Attualmente questa convenzione prevede un costo di attivazione annuo pari a 15 euro. Il nostro obiettivo è fare in modo che sia gratuita.

Sfortunatamente, infatti, non tutte le componenti della comunità studentesca godono degli stessi diritti. Un esempio è rappresentato dalla comunità internazionale che studia a Pisa, per cui è necessario superare l’attuale meccanismo di iscrizione al sistema sanitario nazionale per gli studenti internazionali: si tratta di un sistema inaccessibile, dove si richiede un ingente esborso economico e fortemente razzista e classista. Da qui discende la difficoltà nel reperire alcuni farmaci o a usufruire delle più comuni prestazioni mediche, quali ad esempio una radiografia per accertare la propria condizione dopo un banale incidente.

Un altro problema che coinvolge tutta la comunità studentesca è quello relativo al costo delle spese specialistiche, le lunghissime liste di attesa spesso ci costringono a fare ricorso ad ambulatori privati, specialmente per alcune tipologie di visite quali, ad esempio, quelle odontoiatriche. Abbiamo inoltre bisogno di personale preparato e formato ad affrontare situazioni delicate quali le malattie croniche invisibilizzate, l’incidenza di patologie legate ad uno stile di vita condizionato dallo stress e la necessità impellente di fare fronte alle esigenze delle soggettività marginalizzate. 

Le strutture territoriali come i consultori e i presidi sanitari territoriali diffusi nei quartieri sono un altro esempio di un sistema che non funziona: per legge dovrebbe esserci un consultorio ogni 20.000 abitanti, ma nella realtà spesso questo standard non viene rispettato, e quelli che esistono soffrono di importanti limitazioni o non offrono tutta la gamma di servizi auspicabile. La salute ginecologica e andrologica è un aspetto fondamentale per vivere serenamente la propria salute e la propria affettività. Il modello che proponiamo deve essere radicato nel territorio e capace di rispecchiare la nostra idea di cura transfemminista, che mette al centro le persone e non i profitti. I consultori e i Centri Antiviolenza, in particolare, devono diventare dei veri presidi transfemministi aperti, accessibili e integrati nei quartieri, promuovendo non solo servizi sanitari, anche momenti di formazione, autoformazione e controcultura, in collaborazione con le realtà attive del territorio, puntando non solo alla cura, ma anche alla prevenzione.

Risulta ancora fondamentale la necessità di scardinare i tabù che ancora esistono legati alla salute sessuale e riproduttiva, portando avanti anche la battaglia per rendere libero l’accesso ai presidi sanitari per il ciclo mestruale. Allo stesso modo riteniamo fondamentale supportare le politiche per le persone che decidono di affrontare la genitorialità, serve un aiuto concreto che supporti la libertà di scelta delle persone

Oltre a favorire l’accessibilità nei consultori per tutta la componente studentesca, è inoltre fondamentale promuovere la presenza di una equipe formata e capace di intercettare tutti i bisogni in maniera trasversale.

Per chiudere questo capitolo, vogliamo portare l’attenzione su un tema ricorrente e non meno importante: il benessere psicologico. Il sistema in cui viviamo è caratterizzato da una pressione costante esercitata sulle spalle della componente studentesca. Un sistema che ci  costringe a correre costantemente in nome di un continuo profitto, spinti da un ritmo frenetico dove gli esami sono costretti in pochi appelli all’anno. Durante la nostra carriera universitaria, arriviamo a fine percorso in pieno burnout e sotto stress vedendo la laurea più come una liberazione che come un traguardo.

È necessario uscire da questa visione di Università, sempre più individualizzata e incentrata sulle singole persone; dove viene portata avanti una commercializzazione dei saperi. Vogliamo invece abbracciare il vero modello universitario basato sul concetto di “Universitas” ossia quello di Comunità. 

Ciò che invece vediamo accadere sotto i nostri occhi sono i  costanti episodi di discriminazione e gli abusi esercitati da docenti nei confronti dei discenti.  Assistiamo a casi dove i rapporti di potere sono diseguali e profondamente iniqui nei confronti di una componente studentesca che finisce per non essere  tutelata. 

In questo contesto, il benessere psicologico spesso viene considerato come una questione privata, quando in realtà è una responsabilità collettiva, che nasce e si sviluppa dalle molteplici variabili che ci circondano. Riducendo il problema alla singola persona, perdiamo di vista le cause strutturali che portano al malessere.

Vogliamo costruire una comunità partendo dal basso, nella quale il benessere psicologico venga preso sul serio, e che non si limiti a intervenire nel momento di manifesta un malessere, ma che costruisca contesti che riducono l’isolamento, lo stigma e che permettano alle persone essere in un contesto nel quale chiedere aiuto non venga demonizzato.

Non vogliamo strumenti di patologizzazione, vogliamo piuttosto degli strumenti di cura che siano garantiti come parte della costruzione verso un benessere comune, che comprenda anche eventualmente un supporto professionale pienamente accessibile e non stigmatizzante e immerso in un sistema che sostenga senza giudizio, che parta dalla nostra Università, con strumenti quali sportelli d’ascolto e un servizio psicologico continuativo.

Per questo chiediamo:

  • Agevolazione dell’accesso alle cure per fuorisede, con l’obiettivo di ottenere la gratuità dell’assistenza sanitaria;
  • Miglioramento delle convenzioni con i consultori, per renderli accessibili in modo equo a tutta la comunità, evitando ogni tipo di discriminazione;
  • Potenziamento dello sportello d’ascolto e dei suoi servizi.

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Per un’Università più etica

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L’Università deve affrontare l’impatto che hanno le proprie scelte sulla collettività. 

Mentre la nostra generazione sta affrontando un’epoca storica costellata di crisi e crimini barbarici, va messa in discussione l’idea che sia necessario collaborare con ogni soggetto, indipendentemente se questo sia co-responsabile di teatri di guerra, che non tratti in maniera dignitosa i suoi dipendenti o che estragga petrolio da territori occupati militarmente.

Al contrario, l’Università può essere un luogo in cui sviluppare attività didattiche e di ricerca che si oppongono all’avanzamento di queste crisi.

Nel corso degli ultimi due anni, abbiamo fatto eco alla voce della comunità accademica dentro e fuori dagli organi universitari: di fronte a quello che sta accadendo in Palestina, UniPi non può sostenere legami con istituzioni che sono direttamente complici di quei crimini. Il primo risultato è stato ottenuto mediante una modifica dello Statuto, stabilendo un principio semplice: l’Università di Pisa non può compiere ricerca in ambito bellico. La pressione costante ha portato anche ad un secondo grande risultato: la rescissione di tutti gli accordi quadro con università israeliane, dato che sono soggetti attivi nelle operazioni genocidiarie di Gaza.

Per quanto essi siano dei grandi passi in avanti, non sono ancora sufficienti. L’Università di Pisa intrattiene rapporti milionari con l’accademia israeliana tramite altre vie: i progetti Horizon che coinvolgono università israeliane, infatti, sono rimasti al loro posto. La ricerca dual use (ovvero quella che può avere scopi sia civili che bellici) non è stata intaccata dalle decisioni di UniPi, anche quando il potenziale scopo civile del progetto è solamente di facciata, e perfino anche quando si stanno sviluppando brevetti per aziende del settore bellico.

Sul fronte della sostenibilità ambientale, invece, lottiamo già da molti anni. 

Dopo una lunga campagna contro l’uso della plastica monouso all’interno dell’Ateneo e per l’introduzione di erogatori di acqua potabile, condotta insieme ad altre associazioni attive sul tema, abbiamo ottenuto l’istituzione della Commissione Sostenibilità di Ateneo (CoSA). 

Rilanciando anche le richieste del movimento End Fossil, abbiamo occupato il Polo Carmignani già nel 2023 chiedendo: 

  • l’interruzione da parte di UniPi degli accordi con le industrie del fossile, istituendo una commissione che comprendesse al suo interno anche la componente studentesca, per valutare di volta in volta l’azienda con cui l’Università intendesse intraprendere accordi;
  • la creazione di un corso trasversale (che chiunque possa inserire nel piano come esame a scelta) sulla crisi ecologica;
  • la realizzazione di uno studio di fattibilità per realizzare una Comunità Energetica Rinnovabile e Solidale (CERS) sul territorio pisano, che vedesse l’Ateneo come primo ente promotore.

Queste richieste sono state ascoltate soltanto in maniera parziale dalla nostra università, rifiutandosi anzi di porre veti all’industria fossile.

Le industrie del fossile, come Eni S.p.A., sono tra i principali responsabili delle emissioni di gas serra, portando avanti politiche completamente opposte all’indirizzo individuato con la ratifica degli accordi di Parigi. 

Interrompere i rapporti con queste industrie da parte delle Università significa prendere un impegno concreto verso il cambiamento: non accettiamo che il nostro Ateneo sia complice di aziende ecocide, che utilizzano i nostri spazi per portare avanti politiche di greenwashing. 

Per questo da anni portiamo la nostra voce negli organi di Ateneo, al fine di interrompere i rapporti con le industrie oil and gas.

L’università ha un ruolo chiave nel formare e sensibilizzare sulle questioni legate al cambiamento climatico e alla giustizia ambientale: vogliamo corsi, programmi e laboratori che affrontino questi temi senza subire il condizionamento di enti privati. 

Crediamo sia proprio l’Università il luogo in cui agire per fermare il capitalismo fossile.

Chiediamo quindi:

  • L’interruzione dei rapporti con aziende attive nel settore bellico, nel settore oil and gas o che sostengono politiche incompatibili con la sostenibilità ambientale;
  • Il completo boicottaggio delle università israeliane;
  • Una regolamentazione chiara sulla ricerca dual use che ne contrasti lo sfruttamento a fini bellici;
  • Una mappatura dei consumi nei poli universitari e un rinnovamento delle strutture di Ateneo al fine di ridurre gli sprechi;
  • Più opzioni vegane e vegetariane nelle mense, con un occhio di riguardo al chilometro 0 e alla stagionalità dei prodotti.

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