INDICE
- Cosa intendiamo per welfare universitario
- Perché è necessario oggi un ingente e maggiore suo finanziamento
- Come lo vogliamo articolato il sistema a livello di: mense, residenze, servizi, politiche abitative, sanità
- Vivere bene in università
- Il diritto al futuro
Il diritto allo studio universitario in Toscana è stato, storicamente, uno dei fiori all’occhiello del diritto allo studio del sistema Paese. Si tratta di una delle regioni che ha avuto, nel corso del tempo, alcune delle maggiori garanzie per la comunità studentesca. La situazione ha iniziato a vedere un lento peggioramento quando, nel 2021, il governo della regione diminuì il numero di risorse direttamente trasferite per fare fronte ad una situazione di bilancio non particolarmente favorevole; trasferendo sul Fondo di Solidarietà Europeo una parte delle risorse. Nel 2023, per evitare il collasso della sanità regionale, venne deliberato un ingente aumento delle tariffe della ristorazione universitaria. Ad oggi, nel 2026, la fine del PNRR rischia di portare il sistema toscano al collasso, questo perché contestualmente alla fine del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza non sembra delinearsi un corrispondente impegno da parte dello Stato nel sostituire questi finanziamenti, oramai necessari al sostentamento del sistema, sul Fondo Integrativo Statale. Se questo sta accadendo in una regione in cui la situazione è stata più rosea di altre parti d’Italia, cosa accadrà a quei sistemi di diritto allo studio che, ad oggi, già faticano a sostenere le necessità della componente studentesca?
Cosa intendiamo per welfare universitario
È oggi fondamentale, prima di tutto, andare oltre la tradizionale concezione di diritto allo studio: esiste un diritto allo studio tecnicamente inteso, cioè quell’insieme di servizi erogati dagli enti locali a questo deputati e vi è poi una concezione “larga” di questo diritto, che noi definiamo welfare studentesco. È quest’ultima categoria su cui noi vogliamo concentrarci. Non è più sufficiente difendere quanto già abbiamo e che ci sta, anno dopo anno, venendo tolto, ma è cruciale immaginare un ampio programma di superamento e ampliamento del welfare universitario. Caratteristica fondante della nostra generazione è quella di essere strutturalmente più povera di quella che ci ha preceduto, aspetto fondamentale del nostro vivere quotidiano è quello di non poterci permettere molte delle cose di cui, chi ci ha preceduto, ha potuto godere, i salari sono sostanzialmente fermi da circa trent’anni e nel mentre il potere d’acquisto delle famiglie continua a diminuire, l’incidenza della povertà tra minori è infatti ai massimi storici, pari al 13,8%: si tratta del valore più alto della serie ricostruita da Istat e di tutte le altre fasce d’età. Complessivamente si contano 1 milione 295 mila giovani poverɜ: più si è giovani e più è probabile che si sperimentino condizioni di bisogno. Oggi la condizione giovanile è fortemente dipendente da un sistema di welfare familistico, dove vi è una stretta dipendenza dal nucleo familiare d’origine. Uscire da questa condizione si accompagna spesso a enormi sacrifici che si traducono, purtroppo, nella necessità di scegliere se vivere o se studiare. Il welfare rappresenta, in questo contesto, uno strumento indispensabile di liberazione da questa condizione di partenza e un mezzo per raggiungere una condizione di uguaglianza sostanziale.
Perché è necessario oggi un ingente e maggiore suo finanziamento
Il sistema del diritto allo studio ad oggi è concepito come una serie di enti di varie dimensioni e non necessariamente comparabili tra loro che dovrebbero erogare una serie di condizioni minime di servizio. Come possono però essere ritenute comparabili situazioni in cui si affiancano enti regionali che non prevedono persone idonee non beneficiarie a enti che invece ad oggi prevedono strutturalmente un numero enorme di queste figure? Come si può comparare un sistema di mense che vede una situazione di tariffe, modalità e composizione dei pasti completamente diversi all’interno del panorama nazionale? Il Fondo integrativo Statale, che dovrebbe essere alla base del finanziamento del sistema, è oggi totalmente insufficiente e presuppone un contributo massiccio da parte delle regioni. Nell’ipotesi dell’autonomia differenziata, in cui molte regioni si troveranno in grande difficoltà possiamo immaginare che potranno mutare anche i contributi regionali. Serve quindi ripensare il FIS non come un qualcosa di accessorio, con una quota base e una premiale, ma come un sistema che abbia come obiettivo il sostentamento, in potenza, di tutta la componente studentesca d’Italia e su questo numero di persone tarato affinché possano essere garantite in modo più unitario (e volte al miglioramento e non all’abbassamento del livello di servizio) quei livello di servizio altrimenti incomparabili e che ad oggi risultano escludenti per una enorme platea di persone. Questo non è volto ad eliminare le responsabilità degli altri enti: le regioni dovranno comunque prevedere una regia per poter sperimentare alcuni servizi che potranno essere implementati a livello centrale e fare fronte ad alcune peculiarità territoriali, si pensi ad esempio al rischio idrogeologico e sismico o alla diversa situazione dell’edilizia nelle nostre città. Lo stesso dicasi per i comuni che ad oggi, spesso, vedono nella componente studentesca solo un elemento di creazione di profitto e per le università nei cui bilanci mancano molte volte voci sostanziali rivolte al welfare studentesco.
Come lo vogliamo articolato il sistema a livello di: mense, residenze, servizi, politiche abitative, sanità
I movimenti della nostra azione politica e di rappresentanza non possono che basarsi sulle necessità materiali della componente studentesca. Perciò articoliamo le nostre proposte secondo gli aspetti della vita quotidiana che sono coinvolti dalle politiche pubbliche tese a garantire – o wannabe tali – il diritto allo studio.
Entrare e rimanere in università
“I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Con queste parole la nostra Costituzione parla del diritto allo studio e il legislatore ha inteso dire che ciascuno deve avere la possibilità di raggiungere il più alto grado del sapere tramite il proprio impegno individuale e di fornire supporto a chi, sprovvisto dei mezzi necessari, ne fosse altrimenti impossibilitato.
L’analisi della nostra società ci insegna come viviamo in un contesto di grande immobilità sociale e di sempre maggiore determinismo: il grado di istruzione dei genitori è fortemente connesso con la maggiore o minore possibilità di ottenere un titolo di laurea da parte della prole. L’estrazione sociale e la provenienza geografica giocano, oggi più che mai, un ruolo fondamentale nell’accessibilità a conoscenze e competenze imprescindibili per accedere agli studi universitari. La funzione dello Stato deve quindi essere quella di fornire strumenti e mezzi perché ciascuno possa essere messo al medesimo livello di partenza e affinché non vi siano discriminazioni. Non può esservi impegno personale che tenga se l’istruzione precedentemente ricevuta è peggiore di quella del collega che abbiamo al nostro fianco! Tanto maggiore sarà poi il tempo che impiegherà chi è privo di mezzi a superare le difficoltà dettate dalla propria condizione materiale quanto peggiori siano state le proprie condizioni di vita.
Le borse di studio sono uno degli strumenti in cui maggiormente si articola il diritto allo studio. Negli ultimi anni la platea di chi può usufruire della borsa è aumentata. Le difficoltà di bilancio all’orizzonte rischiano, tuttavia, di farci regredire ad una situazione addirittura peggiore rispetto a quella precedente lo stanziamento del PNRR, noi riteniamo imprescindibile la strenua difesa dell’attuale numero di borsistɜ. L’attuale sistema di erogazione delle borse di studio prevede, in parte, criteri meritocratici. Da due anni a questa parte la regione ha voluto prevedere un sistema di calcolo nuovo per la definizione della graduatoria, preparando la strada, di fatto, all’inserimento della figura dell’idoneo non beneficiario. Ad oggi, per le persone iscritte ad anni successivi al primo, sarà il numero di CFU ottenuti a determinare il mantenimento o meno del proprio diritto a studiare. La nuova formula di definizione della graduatoria, infatti, prevede che il rapporto tra CFU conseguiti su quelli da conseguire avrà un peso dell’80% nel determinare la posizione in graduatoria. Le misure meritocratiche diventano tanto più stringenti quanto minori sono i finanziamenti.
Ma questo non è sufficiente. Un autentico passo in avanti sarebbe l’istituzione di un vero e proprio reddito di formazione, per garantire a ciascuno la possibilità di emancipazione e non necessaria dipendenza dal proprio nucleo familiare.
Un ulteriore nodo riguarda la reale garanzia delle pari opportunità nell’accesso ai percorsi universitari. I numeri chiusi, molto lontani dall’essere un semplice strumento di tutela della qualità formativa, rispondono sempre più spesso a logiche di mercato e di gestione dell’offerta, finendo per trasformarsi in barriere che colpiscono soprattutto chi proviene da contesti privi di risorse economiche e culturali adeguate. A ciò si aggiungono criticità strutturali: test che misurano competenze non sempre pertinenti, differenze territoriali nell’accesso alla preparazione. Per non parlare della fallimentare sperimentazione del semestre filtro, incubo di coloro che hanno subito il contraccolpo psicologico della competizione serrata con i propri pari e delle strutturali carenze nella gestione. Misura che ha lasciato le Università brancolare nel buio fino all’ultimo, senza nessuna considerazione della limitatezza dell’infrastruttura e dell’organico di docenti a disposizione del tutto inadeguato alla formazione di matricole. È fondamentale che qualsiasi intervento volto a riformare l’accesso non avvenga a scapito del personale esternalizzato o precarizzato, che già oggi sostiene il funzionamento quotidiano delle università in condizioni di forte fragilità. Un sistema realmente orientato all’uguaglianza deve rifiutare modelli che producono esclusione, sia per gli studenti sia per chi lavora nei servizi che rendono possibile la vita universitaria.
Abitare
Una delle caratteristiche fondanti delle nostre città universitarie, nonché una delle problematiche più pesanti vissute dalla comunità studentesca è quella che riguarda l’abitare. Dove trovare un posto in città sempre più affollate e che sembrano essere sempre meno pensate per chi ci deve vivere. Il numero di persone appartenenti alla componente studentesca fuori sede in Toscana è ingente, oltre 29mila, nella sola città di Pisa costituiscono più del 27% della componente studentesca. Solo una parte delle persone che vive a Pisa è alloggiata in residenza, per la precisione circa 1500 persone, che corrisponde al 42,9% dellɜ borsistɜ fuorisede aventi diritto al posto alloggio
Il numero totale degli alloggi è fondamentalmente statico da diversi anni, una politica di ampliamento delle residenze ambiziosa dovrebbe arrivare a coprire, in potenza, il 100% dellɜ borsistɜ, cioè prevedere un numero di alloggi pari almeno a quello di coloro che hanno la borsa. Può sembrare un obiettivo ambizioso, ma occorre ricordare come chi ha la borsa di studio appartenga alle fasce ISEE più basse e abbia quindi meno mezzi a propria disposizione per il sostentamento. Questo costituirebbe, tuttavia, solo un primo passo, per poi proseguire con l’obiettivo di raggiungere un numero di posti letto superiore a quello di chi usufruisce della borsa di studio. Posti letto supplementari nelle residenze universitarie potrebbero essere messi a disposizione a prezzi estremamente calmierati, se non gratuiti, al resto della componente studentesca, anche con lo scopo di contrastare l’aumento dei prezzi di mercato delle camere.
L’aspetto fondamentale della residenzialità pubblica se confrontata con altre forme di residenzialità studentesca, come quella degli studentati di lusso o al contrario della creazione di nuovi immobili voluti dai gruppi industriali di una determinata città, è che non mira alla creazione di profitto, ma a garantire un diritto, assolve cioè solamente ad una funzione pubblica e sociale. Sarebbe tuttavia limitante pensare che in una città con circa 50.000 studentɜ si possa soddisfare la totalità del bisogno abitativo solo tramite la creazione di studentati pubblici. Prendere una stanza in affitto è ancora oggi, per la maggioranza degli universitari fuori sede, una scelta necessaria.
Il mercato degli affitti di Pisa offriva fino a pochi anni fa, rispetto a quello di altre città toscane, una qualità della vita rispetto alla spesa richiesta molto vantaggiosa, soprattutto erano all’epoca in vigore una serie di strumenti che venivano incontro alle esigenze della comunità studentesca. Oggigiorno questo quadro è molto mutato: l’enorme afflusso turistico e l’arrivo sul mercato di un modello di affitto a breve termine e particolarmente indicato per dare una risposta alle esigenze del turismo ha iniziato ad incidere notevolmente sulla disponibilità di alloggi in città e sul conseguente prezzo delle camere.
A questo si deve aggiungere come un certo numero di immobili, detenuti da privati, siano volontariamente e scientemente tenuti sfitti. Questo finisce per andare a discapito di chiunque voglia venire a vivere in città. L’unione di questi due aspetti ha causato, in alcuni quartieri, un aumento dei prezzi molto ingente rispetto a 10 anni fa. Sono urgenti nella nostra città politiche abitative nuove e coraggiose. Il contributo affitto rappresenta per molte persone un utile strumento per fare fronte alla necessità di pagare il proprio alloggio, se è utile per il locatario tuttavia, non può essere considerato uno strumento risolutivo del problema.
Prima di tutto perché spesso si tratta di un contributo erogato ex post e non ex ante e che non tiene conto dell’enorme sottobosco di affitti non regolari che si trovano nelle città universitarie. I contributi affitti inoltre non agiscono sulla radice profonda del problema e cioè sull’aumento del costo degli affitti. Politiche in grado di agire sulla radice del problema sono quelle che mirano a calmierare il costo degli affitti quali: lo strumento del canone concordato, l’adozione di una legislazione locale che miri a ridurre la possibilità di creare locazioni a breve termine, una limitazione al fenomeno degli airbnb. Sono altresì necessarie misure quali: l’aumento del numero di case popolari e il loro effettivo e migliore utilizzo, la limitazione degli student hotel e l’aumento degli studentati pubblici, l’adozione di strumenti che limitino la possibilità per i grandi proprietari di immobili di tenere sfitte le camere o l’introduzione di un calmiere degli affitti. Tutte queste sono proposte che in questi anni sono state da noi portate ma che non hanno ancora avuto un sostanziale riscontro.
Ristorazione universitaria di massa
Il sistema della ristorazione universitaria Toscana eroga complessivamente 3,175 Milioni di pasti. Si prevede nei prossimi anni che il numero scenda a 2,2 Milioni. La mensa universitaria ha un ruolo molto importante in quanto rappresenta per migliaia di studenti una delle occasioni sociali più importanti nella vita studentesca. Rappresenta anche un’alternativa alimentare importante, sana e più completa rispetto alle alternative presenti in città. La qualità della mensa è, oggettivamente, migliore rispetto a quella delle alternative a costi comparabili. Questo prima dell’aumento delle tariffe quando, l’innalzamento voluto dalla regione, ha collocato la mensa in una fascia di prezzo superiore a parità di servizio erogato, non aumentando tuttavia la qualità del servizio offerto. Questo ha creato un effetto percepito di peggioramento del servizio.
Il drastico aumento delle tariffe a mensa ha colpito direttamente le componenti studentesche di tutte le università e istituzioni AFAM (Alta formazione artistica, musicale e coreutica) toscane. A pagare il prezzo previsto per la fascia massima (8,50€ sopra i 100.000€ di ISEE-U) sono stata anche la componente studentesca Erasmus, internazionale, dottoranda e assegnista, oltre a coloro che non presentano l’attestazione ISEE-U per l’agevolazione delle tariffe, che già solo a Pisa ammontano quasi al 50% della componente studentesca.
La regione Toscana ha utilizzando l’argomentazione ingannevole di un mantenimento inalterato dei costi della mensa per le fasce ISEE più basse deresponsabilizzandosi e giustificando così l’aumento delle tariffe per le altre fasce ISEE, arrivando fino all’irragionevole costo di 8,50€ a pasto, prezzo che sale a 9,90€ per il personale TA, la componente docente, ricercatrice, oltre che per lo stesso personale esternalizzato della mensa. Nel 2025 il CdA del DSU ha approvato, anche per frutto della pressione esercitata dalle comunità studentesche, una serie di abbonamenti per la mensa. Queste non sono soluzioni definitive.
Questa strategia di differenziazione nei costi comporta un impatto significativo: continuerà a usufruire del servizio mensa chi può avere un pasto a un prezzo accessibile, mentre si spinge chi ha un ISEE-U più elevato (o rientra negli altri casi di cui sopra) a rinunciare a questo servizio, orientandosi invece verso opzioni private e contribuendo a svuotare la domanda pubblica. In una direzione opposta è andato il tentativo di istituzione degli abbonamenti, ma rimane ferma una necessità: il numero dei pasti erogati non deve aumentare per non gravare ulteriormente sul bilancio dell’azienda.
La regione Toscana deve fare un passo indietro più coraggioso: il nostro obiettivo minimo è il ripristino delle tariffe precedenti, che rappresenta un primo passo verso l’obiettivo ultimo di un diritto allo studio universale e reale. Per ottenerlo, vogliamo che la regione Toscana ripristini gradualmente quanto in questi ultimi anni ha distrutto: un sistema di welfare studentesco che poteva essere considerato tra i migliori e i più efficienti d’Italia e che il governo di questa regione ha lentamente eroso.
Vogliamo un servizio gratuito per la componente studentesca in No Tax Area e una tariffa unica di 2,80€. Questi devono essere i passi intermedi per poter arrivare, gradualmente, alla gratuità totale del servizio. Il servizio mense tuttavia ha necessità, per poter funzionare, delle persone che ci lavorino. La mancanza di finanziamenti rischia di colpire nel concreto chi lavora nella mensa e questo si andrebbe a ripercuotere molto negativamente sul servizio offerto. Per tutelare il servizio serve prima di tutto tutelare chi vi lavora.
Muoversi
Il diritto allo studio non si limita all’accesso alle aule universitarie o al servizio mense e residenze, ma significa anche garantire a chiunque la possibilità di raggiungerle senza ostacoli economici o logistici. Tra questi, il trasporto pubblico rappresenta un fattore determinante per migliaia di pendolari. Negli ultimi anni, il trasporto pubblico locale e regionale ha subito una rimodulazione ambigua: da un lato, un lieve miglioramento dell’offerta; dall’altro, un forte aumento dei costi. I prezzi dei biglietti dei treni sono cresciuti in media del 18% nell’ultimo decennio, mentre quelli degli autobus urbani hanno registrato aumenti fino al 40%. (elaborazione a partire dal confronto di costi di biglietti e abbonamenti dal 2015 al 2025)
Questi rincari hanno, di conseguenza, colpito anche gli abbonamenti per raggiungere l’università, sia per chi studia “in sede”, lato servizio bus, sia per i pendolari, lato trasporto ferroviario. La gentrificazione, inoltre, spinge un gran numero di fuorisede a trasferirsi in periferie sempre più distanti, costringendolɜ a sostenere spese per abbonamenti TPL o a spendere centinaia di euro per collegamenti con altre città. Per un breve periodo, lo Stato ha introdotto misure di welfare come il bonus trasporti, che hanno solo parzialmente attenuato i costi, rivelandosi però limitate sia nei fondi sia nella durata.
La responsabilità delle politiche sulla mobilità ricade sulle Regioni, che possono decidere, di concerto con gli enti, tariffe e investimenti. Nel caso degli autobus, l’attivazione di nuove linee dipende dalla volontà di investire: i costi variano dai 50 ai 400mila euro all’anno, a seconda di chilometraggio e frequenza. In Toscana manca un investimento strutturale per la comunità studentesca. L’unica agevolazione sensata disponibile è quella legata all’ISEE, ma si parla di pochissimi euro di risparmio.
Al contrario, regioni come Liguria e Piemonte hanno attivato convenzioni che riducono i costi degli abbonamenti, integrano diversi mezzi di trasporto e prevedono un contributo diretto delle istituzioni regionali. Ciò dimostra che la questione è squisitamente politica: si tratta di scegliere dove indirizzare le risorse. È arrivato il momento che anche la Toscana faccia una scelta chiara: servono investimenti stabili, il coinvolgimento degli enti locali e una riduzione effettiva dei costi degli abbonamenti, non misure temporanee o di facciata. Inoltre, le agevolazioni non devono avere limiti di età: non si smette di studiare a 25 anni, per qualunque motivo.
Negli ultimi anni abbiamo ottenuto degli abbonamenti agevolati per la componente studentesca. Questo è un buon punto di partenza, ma possiamo fare di più. La regione deve garantire un investimento più omogeneo sul territorio: oggi, per le convenzioni trasporti TPL, a Firenze vengono stanziati circa 1,1 milioni di euro, mentre a Siena solo 20mila e a Pisa appena 50mila, nonostante il numero di studenti di UniFi e UniPi sia simile. La comunità universitaria non vive solo nelle città universitarie, ma in tutta la Toscana e oltre.
Molti pendolari si spostano quotidianamente da aree periferiche, spesso trascurate dalle priorità regionali. Una politica dei trasporti che ignora questa realtà crea disuguaglianze territoriali e penalizza proprio chi dovrebbe essere sostenuto. Non si può parlare di mobilità sostenibile senza politiche che la incentivano concretamente. Se vogliamo che il diritto allo studio sia davvero garantito, il trasporto pubblico deve essere considerato un servizio essenziale, non un’ulteriore spesa per una comunità già provata dall’aumento del costo della vita e dalla cronica mancanza di alloggi.
Curarsi
La sanità è un aspetto che riguarda a pieno titolo la vita universitaria. Sinistra per… ha fortemente voluto e sostenuto la convenzione sanitaria per la comunità studentesca fuori sede, ma il nostro agire non può limitarsi soltanto a questo. In primo luogo è necessario superare l’attuale meccanismo di iscrizione al sistema sanitario nazionale per gli studenti internazionali: si tratta di un sistema inaccessibile, dove si richiede un ingente esborso economico e fortemente razzista e classista. Da qui discende la difficoltà nel reperire alcuni farmaci o a usufruire delle più comuni prestazioni mediche, quali ad esempio una radiografia per accertare la propria condizione dopo un banale incidente. Un cambio di strategia è necessario, ma fino ad allora abbiamo bisogno di un supporto economico dedicato perché la salute non deve essere barattata con la ricchezza.
Un problema che coinvolge tutta la comunità studentesca è quello relativo al costo delle spese specialistiche, le lunghissime liste di attesa spesso ci costringono a fare ricorso ad ambulatori privati, specialmente per alcune tipologie di visite quali, ad esempio, quelle odontoiatriche. Abbiamo inoltre bisogno di personale preparato e formato ad affrontare situazioni delicate quali le malattie croniche invisibilizzate, l’incidenza di patologie legate ad uno stile di vita condizionato dallo stress e la necessità impellente di fare fronte alle esigenze delle soggettività marginalizzate.
Le strutture territoriali come i consultori e i presidi sanitari territoriali diffusi nei quartieri sono un altro esempio di un sistema che non funziona: per legge dovrebbe esserci un consultorio ogni 20.000 abitanti, ma nella realtà spesso questo standard non viene rispettato, e quelli che esistono soffrono di importanti limitazioni o non offrono tutta la gamma di servizi auspicabile. La salute ginecologica e andrologica è un aspetto fondamentale per vivere serenamente la propria salute e la propria affettività. Il modello che proponiamo deve essere radicato nel territorio e capace di rispecchiare la nostra idea di cura transfemminista, che mette al centro le persone e non i profitti. I consultori e i Centri Antiviolenza, in particolare, devono diventare dei veri presidi transfemministi aperti, accessibili e integrati nei quartieri, promuovendo non solo servizi sanitari, anche momenti di formazione, autoformazione e controcultura, in collaborazione con le realtà attive del territorio, puntando non solo alla cura, ma anche alla prevenzione.
Risulta ancora fondamentale la necessità di scardinare i tabù che ancora esistono legati alla salute sessuale e riproduttiva, portando avanti anche la battaglia per rendere libero l’accesso ai presidi sanitari per il ciclo mestruale. L’aborto infine doovrebbe essere realmente libero, sicuro e gratuito così come ad una contracezzione libera e accessibile su tutto il territorio locale e regionale. Per fare questo è necessario il superamento della legge 194 che, prevedendo la possibilità di obiezione di coscienza, rende impossibile o molto difficile in diversi territori l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza mettendo a rischio la vita delle persone o creando comunque gravi difficoltà. Allo stesso modo riteniamo fondamentale supportare le politiche per le persone che decidono di affrontare la genitorialità, serve un aiuto concreto che supporti la libertà di scelta delle persone.
Vivere bene in università
Il Sistema Universitario che viviamo e attraversiamo è caratterizzato da una pressione costante esercitata sulle spalle di noi come comunità studentesca. Siamo portatɜ a correre continuamente e costantemente in nome di un continuo profitto, spinti da un ritmo frenetico dove gli esami sono costretti in pochi appelli all’anno. Durante la nostra carriera universitaria, arriviamo a fine percorso in pieno burnout e sotto stress vedendo la laurea più come una liberazione che come un traguardo.
Ma non deve essere così. L’università dovrebbe essere uno spazio libero, aperto a chiunque, un luogo di forte socialità ma, soprattutto, dovrebbe essere un luogo che offra la possibilità di migliorare le nostre condizioni e perfezionare la nostra formazione. È, invece, un bene collettivo e come tale dobbiamo poterla vivere.
Vediamo, invece, troppo spesso episodi di superficialità da parte della componente docente, di disinteresse e ancora peggio, di bullismo, di molestie e maltrattamento anche durante gli esami di profitto che dobbiamo conseguire. Il rapporto di potere che esiste tra docente e studente consente, purtroppo, tutto ciò, giacché il primo ha la possibilità di determinare il futuro del secondo. La componente studentesca deve essere protagonista della vita accademica ed esprimersi ogni volta che subisca le conseguenze politiche di un Sistema Universitario che spesso non è in grado di assicurare il corretto svolgimento degli esami e di prevenire che docenti abusino del proprio ruolo, ledendo così la fiducia nel rapporto docente – discente che è a fondamento di una didattica salubre ed efficace.
Anche solo questi elementi, tralasciando veri e propri episodi espliciti di abuso, ci causano stress psicofisico e inducono un forte senso di ansia verso il nostro futuro, persino depressione in alcuni casi. Ci viene imposto di vivere in un sistema chiuso in cui ci è preclusa una visione sistemica che mostri quanto siano legate la pressione dell’ambiente universitario con i nostri malesseri psicologici, trattati esclusivamente in maniera individualista.
È necessario uscire da questa visione di Università, sempre più individualizzata sui soggetti singoli, che porta avanti la commercializzazione dei saperi e che giustifica l’esistenza di un modello dove i rapporti di potere sono diseguali e iniqui nei confronti della componente studentesca che finisce per non essere tutelata da niente e da nessuno.
Vogliamo abbracciare il vero modello universitario basato sul concetto di “Universitas” ossia Comunità. Ciò che invece vediamo in modo persistente sono i costanti episodi di discriminazione e gli abusi esercitati da docenti nei confronti dei discenti. Vediamo come alcuni tra loro sfruttano la loro posizione di potere per fare commenti indesiderati sfociando anche, talvolta, in molestie, vediamo frasi sessiste e razziste pronunciate senza che, di fatto, vi siano ripercussioni.
Vediamo la componente studentesca internazionale impegnata nella carriera universitaria privi di ogni minimo supporto necessario a colmare le proprie lacune linguistiche, spesso lasciata sola a fronteggiare il costo esoso dei corsi di lingua; sempre coloro che ricevono spesso commenti e discriminazioni razziste basate sul bias religioso e suprematista di alcuni docenti. Vediamo la componente trans* e di genere non conforme ricevere discriminazione a causa della propria identità di genere, vediamo commenti inopportuni o totale indifferenza verso quella parte della comunità studentesca con disturbi specifici dell’apprendimento o disabilità.
Cosa possiamo fare a riguardo? Come affrontare tutti questi comportamenti che ci portano a vivere situazioni di disagio mentale e malessere nella vita universitaria?
Dobbiamo innanzitutto rendere visibili le contraddizioni che viviamo e i rapporti di potere che si trasformano in violenze, discriminazioni e oppressione dentro le aule universitarie e di cui noi, come componente studentesca, siamo le prime vittime.
Negli scorsi anni come Sinistra Per abbiamo proposto al Senato Accademico l’implementazione per la comunità studentesca di un questionario post-esame: una novità poco sperimentata in passato, ma assolutamente necessaria.
Uno strumento che ci avrebbe consentito di mandare segnalazioni libere all’Ateneo di comportamenti scorretti, prevaricatori e abusi da parte di docenti in sede d’esame, che ci avrebbe permesso di valutare in pieno anonimato com’è stato sostenere l’esame nei suoi vari aspetti, positivi e negativi, consentendo di rendere perlomeno visibili le nostre condizioni di oppressione e di vittime di un sistema universitario e oppressivo per la comunità studentesca.
Il Senato Accademico, dopo anni di sperimentazione, ha infine bocciato senza ulteriori discussioni sul tema l’utilizzo del questionario post-esame, per noi, tuttavia, non finisce qui: come Sinistra Per lo riproporremo e lo porteremo avanti portando una forte critica nelle sedi di potere dell’Università, con il sostegno della comunità studentesca.
Il diritto al futuro
“There is no alternative” è il mantra della nostra epoca. Le istituzioni sembrano tutte concordare: la situazione attuale è un male necessario, non esistono strade alternative e bisogna stringere i denti.
Tuttavia non solo l’alternativa è possibile, è anche necessaria. Vogliamo permetterci di studiare, la garanzia di questo diritto basilare non può essere sottoposta a contrattazione.
Il responsabile principale di questa situazione è lo Stato. Si stima che per eliminare le tasse universitarie, a parità di altre spese, sarebbe sufficiente aumentare di un punto percentuale l’IRPEF dell’aliquota più alta. Se istruzione, welfare e diritto ad un futuro per le nuove generazioni fossero priorità, ad oggi la situazione sarebbe ben meno cupa. Per chi ha in mano le redini del Paese, l’aumento della spesa militare al 5% del PIL sembra cosa semplice, corollario di una manciata di strette di mano; al contrario, aumentare le cifre a supporto del sistema di welfare e del sistema educativo è una proposta velleitaria impossibile da realizzare.
Il finanziamento pubblico italiano alle università si attesta a poco più della metà della media dei Paesi OCSE, confrontato come percentuale del PIL; abbiamo tra le tasse universitarie più alte dell’UE; non sorprendentemente, siamo anche il penultimo Paese per tasso di iscrizione universitaria in Europa.
Nemmeno la regione Toscana può svincolarsi dalle sue responsabilità: è tornata a valori di finanziamento simili a quelli del 2021, dopo anni di tagli strutturali e inflazione.
Il Comune non è mai stato disposto a collaborare per facilitare la creazione di posti letto, ma pianifica e rende strutturale la presenza di studentati privati di lusso nel nostro territorio; l’unica residenza pubblica su cui è stato un attore di rilievo è stata consegnata al Sant’Anna, dopo anni di richieste di destinazione al DSU. L’Università stessa, dopo gli ingenti tagli da parte del Ministero, ha deciso di non usare le risorse in più che aveva raccolto per garantire per rafforzare un punto così critico come il welfare studentesco. È stato, anzi, fin da subito escluso che si sarebbero trovate risorse per abbassare le tasse universitarie in seguito agli aumenti dell’anno precedente.
A chi critica le nuove generazioni che si ribellano per mancanza di realismo diremo: è la situazione attuale ad essere impossibile da sostenere. Proprio perché siamo realistɜ, pretendiamo ciò che per voi è impossibile.
L’alternativa si può creare ma richiede decisioni politiche nette.
L’alternativa non si può generare applicando cerotti sulle crepe del sistema, ma soltanto ribaltandone le fondamenta e stravolgendone i paradigmi di funzionamento.
Il diritto al futuro va conquistato e non staremo qui ad aspettarlo.
