Visita ANVUR all’Unipi, giù la maschera al controllo della “qualità”

Oggi inizia la visita al nostro ateneo della Commissione Esperti della Valutazione (CEV) che durerà dall’11 al 15 marzo. Tale visita si colloca all’interno dei processi di accreditamento e valutazione previsti dal sistema AVA e coordinati da ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca). La CEV, oltre ad intervistare i rappresentanti degli studenti negli organi, potrà fare domande a chiunque voglia all’interno dell’ateneo.

L’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR) è stata istituita nel 2006 non solo per definire criteri e parametri per la valutazione della qualità dei Corsi di Studio, ma anche per la valutazione dell’efficacia dei finanziamenti delle attività didattiche.

Il sistema ANVUR è stato poi rinforzato dall’architettura dell’Università voluta dalla legge 240/2010, la famigerata legge Gelmini, che ha incentivato un sistema di netta aziendalizzazione delle università dandogli un modello prettamente dirigenziale, con al centro il Consiglio di Amministrazione, ed interiorizzando procedimenti di standardizzazione del prodotto e di misurabilità con criteri matematico-statistico. Tutto ciò ha portato ad inserire il mondo accademico all’interno di una catena di montaggio, sorpassando definitivamente la concezione dell’Università come luogo di elaborazione dei saperi, nonché di costruzione di un pensiero critico.

Sebbene possa essere utile e auspicabile il coinvolgimento della componente studentesca nei processi relativi alla didattica, risulta urgente e necessario ripensare il concetto di valutazione all’interno del mondo universitario.

L’attuale modalità di valutazione della ricerca si concentra su parametri stringenti che definiscono cosa viene considerato ricerca di qualità e cosa no, ingabbiando la libertà di ricerca ed incentivando un maggior numero di pubblicazioni, anche a discapito della effettiva qualità degli stessi. A questi parametri di valutazione è stata poi inoltre legata la suddivisione delle risorse economiche – cronicamente insufficienti – messe a disposizione dallo Stato centrale.


In più risalta all’occhio anche un’altra caratteristica fondamentale: l’Università non riesce a slegarsi dagli interessi esterni. La didattica all’interno delle nostre aule è sempre più veicolata dagli interessi del mercato. Ciò che ci viene insegnato e il modo in cui viene trasmessa la conoscenza da un lato non permette di mettere in discussione quello che succede nei nostri territori e nel Paese, dall’altro non permette di poter studiare qualcosa in cui poterci riconoscere realmente. La programmazione didattica è tutta incentrata sull’acquisizione schizofrenica di CFU senza prendere in considerazione realmente il processo di apprendimento.

Questi processi di accreditamento e valutazione della didattica governati da ANVUR, in sostanza, hanno solo accelerato la diminuzione della qualità della didattica e l’ulteriore ’impoverimento degli atenei più in difficoltà.

Alla base di questa trasformazione troviamo la miope convinzione che decisioni prese attraverso i meccanismi di valutazione possano essere definite in qualche modo “oggettive” e prive di un taglio politico. In realtà, così facendo non si fa altro che mascherare tagli mirati ad interi settori scientifico-disciplinari.

Il sistema di valutazione che gestisce l’Università italiana giustifica di fatto le disuguaglianze di finanziamenti tra atenei, contribuendo allo smantellamento dell’università pubblica, alla polarizzazione delle sedi universitarie nei territori già più ricchi e alla progressiva esclusione di studenti e studentesse.

Si delinea una comunità accademica sofferente e frustrata, che non riesce a sentirsi coesa, con la conseguenza immediata di una comunità luogo di competizione, al posto che di confronto dialettico e di condivisione.

Spetta quindi a noi tutti prendere consapevolezza di quanto stia accadendo, chiedendo a gran voce un’università diversa, cooperativa e volta al fiorire libero della conoscenza.